L’America è solo un’altra religione

Foto di Marc  Riboud

Foto di Marc Riboud

And those who are not exiled from their dreams,
Are they really far from home?

(E chi non è stato esiliato dai sogni
è veramente lontano da casa?)

Keki N. Daruwalla

E cosa scorgo dal confino dei miei sogni?
Le piccole mani della tempesta, e un paese intero calpestato. E gli dèi, quegli dèi che ci hanno voltato le spalle. Oh, com’eravamo ingenui all’inizio, quando giravamo in lungo e largo per il paese, a caccia di temporali. Acchiappavamo le bufere con la rete e le mettevamo in vendita sulle bancarelle del mercato, come fossero frutti canditi o anacardi. A quei tempi, al mio paese niente era impossibile. A Kabul era sempre primavera, e i melograni germogliavano nei fucili. Le donne a capo scoperto preparavano tè alla mandorla e zafferano, cospargendo tutto di grazia e sensualità. I bambini giocavano a piedi nudi negli sterminati campi di asfodeli, e al crepuscolo gli uomini si radunavano nei cortili a mangiare pane azzimo alla menta e fumare narghilè. I leopardi delle nevi si aggiravano maestosi sulle montagne violette del Khyber Pass. E tutti, noi tutti, eravamo responsabili di quell’immensa, accattivante bellezza, e avevamo il dovere morale di proteggerla. Invece… invece l’abbiamo sciupata.

Afghanistan.

Afghanistan! Oscuro, riluci adesso, e tutto è ormai possibile. La tua aria è malsana, e uccelli di ferro volano da un continente all’altro, sganciando strani marchingegni che fanno perdere occhi, mani e speranze ai bambini della frontiera. L’occidente tuona e piove del cielo, mescolando fango e confini, fango e bambini.
Le frontiere ci hanno malmostato il cuore e la milza, ci hanno spezzato i polsi e cucito le palpebre con il fildiferro. Ruggine e piombo, i nostri occhi. No, non è stato il carcere a farmi arrugginire gli occhi, non è stato quel carcere che tante volte è diventato il mio isolamento materiale. No, al carcere si sopravvive, perché il carcere è semplicemente tempo scandito da qualcun altro, e puoi solo muoverti in cerchio, sforzandoti di non impazzire. Ma se ti muovi in cerchio e danzi, danzi e ti muovi, allora trovi le ali per staccarti da terra. E così tante volte ho preso il volo, anche da dietro le sbarre, con il mio esercito non-violento di centomila pathan, tutti docili come agnellini da latte.
Il mio esercito di Kudai Khidmatgar, “i servi di Dio”, con le camicie rosse, perché rosso è il colore della pace: li avevo educati alla non-violenza e alla resistenza passiva. A quel tempo, il mio cuore batteva un solo ritmo, ahimsa-satya, ahimsa-satya, ahimsa-satya. Non-violenza e verità, il manifesto di un’intera generazione che riuscì a scardinare un impero coloniale, il Raj britannico, grazie a una forza nuova, dall’impeto benigno. Oh, domare i miei bizzosi pashtun, uomini di orgoglio e fervore, forti e irremovibili come le montagne, sempre pronti a seguire il badal, il codice d’onore patriarcale. Uomini bizzosi, che scattavano per un’inezia, inclini ad applicare la legge del taglione. Eppure, io riuscii a domarli, a educarli alla non-violenza. A deporre le armi, a mettere da parte collera e boria, a porgere l’altra guancia. A quel tempo, io ero giovane e ingenuo. Semplice, forse.
Poi incontrai il mio gemello. Ognuno di noi al mondo ha un gemello o una gemella. Non li conosce, forse non li conoscerà mai. I più fortunati, invece, s’incontrano. I gemelli, intendo. Non parlo di anime gemelle, quella è un’altra affinità, sensuosa e limitata nel corpo. I gemelli invece sono lo specchio l’uno dell’altro, non fisico, ma spirituale. E il mio gemello era l’esatto contrario di me: era piccolo, sdentato, curvo, storto e così fragile. Un mucchietto di ossa. Un omino traballante: fece crollare a pezzi un inossidabile impero coloniale con una manciata di sale. Altro che Torri Gemelle! Sì, era proprio lui il mio gemello, o così mi sembrò all’inizio. Io ero il gemello del mahatma Gandhi.
Gandhi-ji, gemello mio! Quante battaglie abbiamo combattuto insieme, quante miglia abbiamo percorso a piedi nudi. Abbiamo perso unghie, capelli e compagni, ma mai quel ritmo nel cuore. La nostra verità era contagiosa, e con la forza delle parole convertimmo milioni di fratelli alla legge della pace, e insieme – tutti insieme – smantellammo un impero immenso, senza mai premere il grilletto, senza mai spargere una sola bomba o una mina. Senza mai alzare la voce.
Purtroppo, la voce del mondo è sempre più alta adesso. Non basteranno tutti i telefonini, né i computer del mondo a farci urlare più forte. La guerra è l’unica voce che si può ascoltare adesso, l’unica frequenza che riusciamo a sentire.

E tu, America, cosa hai fatto al mio paese?
E tu, Afghanistan, cosa hai fatto al tuo popolo?

Dal confino dei miei sogni, leggo le scritte sui muri afgani e mi cala il buio, dentro. E mi chiedo, fratelli miei, come avete fatto a cancellare con un solo colpo di mano il nostro passato? Quel passato millenario e fiabesco, intarsiato di amore, tolleranza e accoglienza. Leggo frasi sconcertanti, e strizzo gli occhi incredulo. «Non siamo ostaggi, America, e i tuoi soldati non sono i soldati di Dio…» . Già, non siamo ostaggi e l’America non ci ha sequestrato. Perché noi siamo le montagne, e l’ombra del gigante cammina sempre con noi. L’America è polvere, incurante e vischiosa sotto i nostri piedi. Possiamo imprigionarla in una clessidra quella polvere ridicola, a lasciarle scandire il tempo di vetro.
Fratelli miei, fermatevi e ascoltatemi un attimo: l’America è solo un’altra religione. La religione della guerra! I soldati americani, quelli che adesso si spacciano per soldati di Dio, pisciano sul Corano e disprezzano il diverso: ora, il diverso è il musulmano. La storia si ripete, sempre: non ci sono più la grande madre Russia, lo spettro del comunismo, le armi nucleari. Adesso c’è un grande nemico per tutti: il terrificante pupazzo islamico e le sue marionette, i temuti talebani.
Ma di questo non voglio parlarvi. Sapete già tutto, o meglio sapete quello che vi vogliono raccontare giornali e televisioni. Non credete a tutto quello che vi raccontano, vi supplico: sono tutte apparenze! Però credetemi quando vi dico che l’esilio dai sogni è una malattia inguaribile, anche da morti. E uccide più di una bomba, di una lama, di un qualsiasi Giuda che ci accompagna col sorriso falso, nascosto fra le mani giunte e l’inchino pronto. Giuda è ovunque – ecco cosa ho imparato nella mia lunga vita – e le piccole, viscide mani della tempesta tramano contro le anime semplici.
Fratelli miei, non dobbiamo dimenticare chi siamo stati: è l’unica strategia per sfuggire all’oppressore. Siamo anche ciò che abbiamo perso, ma siamo anche ciò che siamo pronti a recuperare. Mettete un pizzico di poesia nelle vostre azioni, e non rassegnatevi al dominio fasullo di americani o talebani. Americani = talebani. Talebani = americani. Mi sgolerò e lo urlerò da una vetta all’altra: non dimentichiamo chi siamo, e chi siamo stati! Prima di tutto siamo un popolo. Un popolo: noi non siamo il terrorismo. E allora, smettiamola! Basta perseguitare i nostri fratelli. Basta martoriare le nostre donne. Basta condannare i nostri bambini alla volgarità dei fucili. Con il fucile non si può rendere omaggio a Dio, questo non lo capite?

Con il fucile non si predica la verità!

La verità è che ho amato la mia gente, e tuttora la amo con fierezza, ma non ho mai odiato nessuno. Non odio nemmeno gli americani. Questi americani, bambinoni infantili e sconsiderati, cresciuti a tivù e hamburger, queste solitudini obese che mi disturbano persino in cielo, sganciando bombe come se distribuissero balocchi. Difettosi, però. Ma non lo vedete che il mio paese è stato già spolpato e dilaniato? Troppe volte, troppe. Sinceramente, non ho odiato neppure i russi e non ho mai sostenuto, né creduto alla legge dei confini e delle mappe, dei passaporti e dei timbri. Ingenuo e anarchico com’ero allora, credevo solo nell’unità dell’amore: non si poteva smembrare un popolo, non si doveva dividere una terra che era stata sempre congiunta, nel bene e nel male. L’India doveva essere indipendente, ma doveva restare una. Non tante Indie, come tante braccia nefaste di divinità cannibali. Non tanti ghetti religiosi, tanti piccoli recinti di filo spinato. La pelle è una sola, e Dio pure, anche se prende nomi e sembianze diverse. Allora, perché dividerci? Perché non vivere tutti in un’unica grande Terra, governata dalla verità e dalla non-violenza? Perché, perché fratelli miei, mi avete esiliato dai miei sogni?
Ma quali frontiere! L’India doveva restare unita, l’ho sempre sostenuto. Perché strapparle col sangue prima il Pakistan e poi il Bangladesh? Perché separare milioni di fratelli?
E soprattutto, adesso che sono passati così tanti anni, adesso che nessuno si ricorda più di me, be’, lo posso dire: è stato proprio il mio fratello gemello a farmi male, più di tutti. È stato quel piccolo Giuda che il mondo continua a chiamare Mahatma Gandhi, pace all’anima sua. Fu proprio lui, con i suoi occhialini tondi, il bastone e il dhoti striminzito, avvolto sui fianchi smilzi. È stato proprio lui a gettarci in pasto ai leoni come tanti sacchi pieni di carne fresca. È stato proprio il Mahatma a mandarmi in esilio. Gandhi e il partito del Congresso ci tradirono, proprio quando eravamo giunti alla fine della nostra gloriosa battaglia, quando i britannici si arresero e ci restituirono la nostra terra.
Mi ha tradito il Mahatma, ma l’ha fatto in buona fede, così voglio pensare. Ha agito, credendo che fosse meglio separarci noi musulmani e loro indù, così non avremmo sparso altro sangue, non ci saremmo più azzuffati in nome di qualche dio bizzarro. E allora, consegnai i miei soffici sogni alle mani avide e impure di Jinnah, quel dannato ciclope, e così fui costretto a questo mio interminabile esilio.
E da questo confino selvatico, quando guardo in basso, quando vi guardo con gli occhi corrosi dalle cataratte, ogni tanto mi scappa una lacrima. Una piccola lacrima, iridescente e tremula. E dovete sapere che qui non ho nemmeno un fazzoletto per asciugarmela, così prendo il lembo di una nuvola e mi nascondo dietro la pioggia.

Khan Abdul Ghaffar Khan, detto Badshah Khan (1890-1988), il gigante buono. Tiziano Terzani racconta che «il Gandhi della frontiera, il musulmano soldato di pace, arrivò a mettere insieme un esercito di oltre 100.000 uomini, i Servi di Dio, dediti alla non-violenza. Alla testa di questi soldati disarmati, Badshah Khan partecipò alla lotta anti-inglese per l’indipendenza. Figura inconfondibile, forte, con un grande naso, alto quasi il doppio del Mahatma, Badshah Khan fu al fianco di Gandhi in tutte le sue grandi battaglie, ultima quella contro la spartizione del Continente in India e Pakistan».

Abdul Ghaffar Khan, know as the Frontier Gandhi - 1946

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Tabaccheria orientale

The Queen of Ghazals
Begum Akthar

The hostess pours tea, hands me the Statesman:

31 October 1974.

BEGUM AKHTAR IS DEAD. Under the headline,

her picture. She smiles, she lights a Capstan.

Sharp in flame, her face dissolves in smoke.

 

(L’hostess mi versa il tè, mi porge lo Statesman:

31 ottobre 1974.

BEGUM AKHTAR È MORTA. Sotto il titolo,

la sua foto. Sorride, si accende una Capstan.

Nitido nella fiamma, il suo viso si dissolve in fumo. )

Agha Shahid Ali

Più di tutto mi mancano le mie Capstan.

Mi mancano. Quelle boccate amare, speziate di tabacco e monsone. E mi manca Bombay con il suo mare verde-grigio, spelacchiato. Lo conservo ancora in un pacchetto di sigarette. Ogni tanto lo apro: sfilo ricordi e tabacco, e do una sbirciatina alle onde. Lo annuso un po’, annuso il mio passato. E la mia bocca si accende come un fiammifero.

Albachiara era il mio sguardo quando salivo sul palco. Albachiara, che ineluttabilmente si sporcava di rosso e fango. Se non avessi avuto alcol e tabacco a prendermi per mano e accompagnarmi sul palco, non mi sarei mai esibita. Oh, se non avessi avuto le mie Capstan e la mia fiaschetta di whisky nascosta nel corpetto del sari. Se non li avessi avuti con me, cornacchia sarei diventata: brutta e nera, stonata ambasciatrice di malaugurio.

Bella non sono mai stata, ma la mia voce compiva il miracolo. Ogni volta, su quel palco, e mi tramutavo in creatura divina. La mia voce mi faceva gigantessa, e piegava lo sguardo smerigliato del pubblico. Nemmeno i patriarchi più ortodossi e ignoranti riuscivano a resistere alla mia voce, e per qualche ora mi perdonavano, e perdonavano le mie bizzarrie.

Perdonare, che verbo difficile. Incompleto, incompiuto. Mio padre però lo perdonai. Tutto sommato, con me fu clemente e mi diede in sposa in età avanzata. A trentun anni, quando ormai ero considerata merce scaduta o fallata. E fallata lo ero, ma non per scelta. Mio padre mi diede in sposa a un avvocato: Ishtiaq Ahmed Abbasi. In tutti i miei anni passati da donna – bambina e adolescente abusata, violentata, dimenticata – altro non feci che bramare la ferocia e la virilità dei maschi. E maschia divenne la mia voce. Lacerante come una frusta, atroce come un addio.

Alla fine lo perdonai, mio padre. Aveva confezionato un incubo con goffaggine e imprudenza, appositamente per me. Voleva il meglio, ma scelse il peggio: un marito geloso. E così facendo, mi condannò al silenzio, la voce più difficile. Per otto anni, persi la mia voce. Otto anni, passati a fare la moglie, a cercare di essere madre. Otto anni, sei aborti. Non persi soltanto i miei figli appena abbozzati, come si smarriscono gli anelli e le promesse: soprattutto persi la mia voce in una vecchia casa di Bombay, con un balcone affacciato sul mare. Il mare di Bombay era triste come me, e riversava sulla battigia allucinazioni di ferro e conchiglie deformi.

Quel mare era la tristezza, però Bombay mi piaceva. Era la città dei tramonti impossibili, una città brulicante di corpi e ferite. Bombay, nonostante tutto, finiva per contagiarti, sempre. Ti contagiava con la sua leggera sfrontatezza: i sentimenti fosforescenti, l’emotività sgargiante, e quella spensieratezza tipica di chi non ha più niente, se non una strada su cui stendersi. Le onde flosce lambivano i pensieri all’orizzonte, come tanti palloncini attaccati a una catena. Qualcuno mi scrisse “Bombay è una cagna affamata, con la pelle rognosa”, ma alle parole non ci badavo più, e m’immergevo nelle visioni ondeggianti dalla finestra. Cielo, mare e onde erano ormai inscindibili. E affacciata, vivevo: al balcone, e alla mia stessa vita.

Bombay, era la mia tristezza e la voce perduta. “Bombay, meri jaan”, il mio tesoro, come recitava quella famosa canzone che trasmettevano alla radio, e gli occhi scoppiettavano, frivoli, e le coppiette su Marine Drive si stringevano le mani come se fossero le mappe per un tesoro nascosto.

Bombay. Ora dorme con me, la città sbadata: è custodita in un vecchio pacchetto di sigarette. Perché, in fondo, il dolore più grande non è l’addio alle persone, ma ai luoghi. Le persone le puoi masticare, addomesticare e tramutarle in carta. Le persone puoi fumarle come le sigarette, e conservarne il sapore in bocca. Di Bombay, non conservo nessun sapore, solo il suo canto incessante.

Mi salvò la vita quella città strampalata.

Bombay era un circo itinerante, quotidiano: uomini, animali, macchine, treni, fabbriche, biciclette, barche, pescatori, capre, carri, risciò, mucche, cani, bufali, tigri, elefanti, principi, storpi, fantasmi, bambini di carbone, donne randagie. Bombay era la luce, sfolgorante anche di notte. Era una finestra sempre spalancata, con tutte quelle vite scorrette e sfilacciate, appese sui fili del bucato a sgocciolare. Quelle esistenze sospese sui fili del bucato, come tante ghirlande da un balcone all’altro, da una casa all’altra. Bombay, con le sue metamorfosi nerborute, appisolate nelle stanze chiuse a chiave, o negli armadi metallici, in cui si stipavano a caso abiti da sera, lettere di vecchi amanti, dolcetti, bollette scadute.

«Ya Allah, ab kya hoga?», così gridavo dal mio balcone. «Dio mio, cos’altro, adesso?» chiedevo al mare. Quando ero piccola, qualcuno della famiglia avvelenò mia sorella gemella, Zohra, che morì straziata fra le mie braccia. Avevamo solo cinque anni, e in qualche modo quel giorno uccisero anche me. A tredici anni, poi, fui violentata da un principe decaduto, un rajput di Lucknow, con i baffi luccicanti di cenere e lascivia. Violentata, generai una piccola vita, Shamina, che spacciai al mondo intero come mia sorella minore. E invece quella gelsomina di carne era mia figlia, mai voluta, ma amata sin da subito. Lucknow era una città fiabesca e mostruosa.

Lucknow, e i miei trentun anni passati a socchiudere gli occhi, fumare le mie amate Capstan e a bere il whisky. E cantare, soprattutto cantare. Quando cantavo, guardavo negli occhi il mondo, scurivo gli uomini e li rimpicciolivo con le mie melodie, fino a farli scomparire.

E poi, inaspettata, arrivò la chiave.

Quella chiave che mi serrò la voce e mi rinchiuse in una stanza di Bombay per mano di un nuovo padrone: mio marito. Mio marito sbraitava, urlava che dovevo smettere di cantare e di esibirmi in pubblico; che dovevo fare figli, dargli il rispetto e l’onore di una famiglia. Come un invasato, passeggiava su e giù per il corridoio, gridava che non dovevo più fare la prostituta sul palco per il piacere di altri uomini. Ma io non ero una prostituta, non mi davo mica in pasto al pubblico, erano gli spettatori che si offrivano a me. Anche se tutti malignavano che fossi una spudorata tawaif, una cortigiana, io non mi vendevo a nessuno, se non a Dio.

Non so come successe, ma alla fine mio marito capì, forse furono le mie preghiere vulcaniche a illuminarlo. Capì quel marito stanco, e aprì la porta, indicandomi il mondo. In attesa, là fuori. E il mondo aspettava me, mi aveva atteso per otto anni di silenzio, interminabili. Sì, il mondo aspettava proprio me: non quel che ero stata, però. Non aspettava più Akhraibai Faizabadi, la cantante con la voce benedetta, bensì bramava la regina del ghazal.

A quel punto calcai le scene di tutti i teatri, e cominciai a dettare le mie regole sul palco e nel mondo della musica. Presi sotto la mia ala protettiva tutte le giovani promesse del canto indiano, ma solo le donne. Gli uomini si erano già presi tutto, e non solo nella musica.

E non appena presi in mano la mia voce, la usai come uno scudiscio contro tutti quegli uomini che ci tenevano recluse e ci impedivano di cantare. Accolsi giovani allieve da tutta l’India, e iniziai a diffondere la musica thumri, che era la variante più leggera e meno ortodossa della musica classica indiana. Sperimentai tutti i generi possibili: khayal, dadra, tappa, kajari, chaiti e bhajan, ma soprattutto mi dedicai anima e corpo al ghazal.

Ecco come diventai la regina incontrastata del ghazal. La mia voce non temeva rivali, e la mancanza di amore – così acuta nella mia vita – mi aveva spinto a consacrarmi alla massima espressione del sentimento amoroso per eccellenza: il ghazal. Perché, in fondo, se le rivoluzioni vanno fatte, vanno fatte per intero. Non un passo alla volta, ma cento passi e subito! Sfondata quella porta, mi aspettava il successo: fu quasi un trionfo. L’India se n’era stata buona buona, nascosta dietro quella porta, e adesso voleva solo sentirmi cantare.

Sul mio successo hanno malignato in molti, e pensare che non ero neppure una bellezza mozzafiato da far girare la testa ai potenti patriarchi che dominavano la tradizione musicale indiana: erano peggio delle arpie quei vegliardi. Ma i pettegolezzi e le chiacchiere inutili non mi hanno mai appassionato: io ero la voce, e di tutto il resto me ne infischiavo.

L’India si riversava in tutti i teatri, e anche fuori dalle sale, sui marciapiedi, sui balconi e i terrazzi. Solo per vedermi sul palco, solo per sentirmi cantare. Spesso scoppiavano risse violente: i miei spettatori si picchiavano e si calpestavano, perché le sale dei teatri erano sempre troppo piccole per contenere la mia voce. E io ridevo, in cuor mio ridevo, ripensando agli anni muti a Bombay e all’inutile sterilità del mio matrimonio. E io ridevo, e i miei occhi sul palco erano albachiara.

Sul palco, davanti al pubblico in delirio, rivendicavo il mio diritto di essere donna, e solamente donna. Perché in India, ai miei tempi, le donne non esistevano né sulla carta, né nella vita di tutti i giorni. Le donne, come categoria indipendente, non potevano esistere, se non come appendice dell’universo maschile. «Figlia, moglie, madre di», era la formula magica per diventare visibili. «Donna di…» solo così prendevamo corpo noi donne: attraverso l’appartenenza al maschio. Ma io contravvenni alle regole, e feci i miei cento passi. Di corsa. Io me lo potevo permettere, con la voce potevo permettermi di tutto, e così feci una bella boccaccia ai patriarchi e ai decrepiti, paludosi depositari della musica. Io volevo esistere come donna, come cantantessa. Volevo essere insuperabile, e far invidia a tutti gli uomini di questo mondo.

Mallika-e-Ghazal, così mi chiamavano. E non fui solo regina del ghazal, ma riuscii persino a creare uno stile tutto mio, inimitabile. Non lo dico per orgogliosa presunzione: lo dimostrano i fatti, gli archivi, gli articoli di giornale, i ricordi di un paese intero; lo testimoniano tutti coloro che hanno amato, e mi hanno amato, attraverso la mia voce.

A raccontarla così la mia vita, potrebbe sembrarvi una favola a lieto fine. Ma la mia vita non fu affatto favolosa e straziante come i miei ghazal; la mia vita non fu densa di voluttà e passione, non fu caratterizzata da incontri proibiti dal sapore di cannella e bacche selvatiche.

La mia vita, a dire il vero, fu segnata dall’assenza di felicità, e mi nutrì il dolore, come recitava quel ghazal che sembrava essere stato scritto esclusivamente per me: “Khushi ne mujhko thukraya hai, dard-o-gham ne pala hai”.  Sì, la felicità mi evitava come la peste, e non voleva perseguitarmi. Proprio non ne voleva sapere di avvicinarsi a me, nemmeno un pochino.

La mia vita fu amara, come il sale. Non fu affatto esaltante e rocambolesca come i film in cui recitai. Ah, che nostalgia, i film in hindi! Le prime pellicole in bianco e nero, e poi l’avvento del sonoro, tutto quel divertimento. Ed era divertimento per chi recitava, e per chi li guardava i film: il cinema era il nostro momento di respiro, quando tutti ci sentivamo uguali, senza differenze di peso nel cuore o sul capo. L’East India Company di Calcutta mi convocò per recitare nel film Ek din ka badshah. Era il 1933 e avevo soltanto diciannove anni: all’epoca non ero ancora la moglie di nessuno. Recitai, e cantai anche la colonna sonora di quel film. Poi fu la volta di Nal Damayanti, e di tanti altri film, finché poi le cose non cambiarono, e non sempre le cose cambiano in meglio.

Incisi persino alcuni dischi: fui una delle prime donne dell’epoca a pubblicare con la Megaphone Record Company. Ah, che bei tempi! Erano i tempi che davano qualche frutto, e obliavano il marcio che mi cingeva il petto e intorbidava il cuore. Ma forse quelli passati sono sempre bei tempi, come il tempo magico e sgangherato che scorre nel mio cassetto.

Fuori da quel cassetto odoroso di mare – uhm, la salsedine mi solletica le gote e m’invade i polmoni – la mia vita fu dritta e secca come il whisky che mi scolavo prima e dopo i concerti. Bruciante, ecco com’è stata la mia vita. Sarebbe bastato accenderla con un fiammifero per far divampare un incendio grande quanto l’India.

E ci pensò Allah ad accendere quel fiammifero, durante il mio ultimo concerto, mentre cantavo un ghazal particolarmente struggente e profetico. Quando divampò l’incendio, le fiamme però si dimenticarono di portarmi via, e così rimasi intrappolata in un sudario bianco, in attesa di essere calata nella terra. Restai in bilico sull’eternità: in seguito, fui immortalata nei versi di un grande poeta che tanto mi amò. Oh, Shahid, piccolo Shahid. Il tuo amore indefesso mi ha accompagnato ovunque, e le tue poesie che mi fanno da cuscino, ora.

Restai immobile durante il mio ultimo concerto, con le labbra bagnate di whisky e le lacrime del mio ghazal finale, definitivo, mentre il cuore, ormai incancrenito, svaporava senza nemmeno un saluto. «Sunaa karo meri jaan un se un ke afsaane, sab ajnabii hain yahaan kaun kis ko pahachaane» così cantai durante il mio ultimo concerto a Ahmedabad, con il pubblico in estasi. E quei versi li avevo anche incisi su un celeberrimo disco, otto giorni prima di morire. Così cantai, ed era ottobre. Ottobre, il mese che prima mi diede la vita e poi me la tolse.

Oh, badate bene, quei versi erano di un ghazal di Kaifi Azmi, e non hanno bisogno di traduzione, so che tutti vi aspettate il significato, la nota a margine del testo. Lo so, lo so, che state morendo dalla curiosità, ma l’amore è lingua universale, e non ha bisogno di essere decifrato, mai. Sono stati quei versi, in tutta la loro sfolgorante bellezza, ad uccidermi, e non furono le cinquanta birre che mi scolai prima di salire sul palco, come spettegolarono i giornali scandalistici. A dir la verità, la birra mi faceva schifo: era poco elegante, dozzinale, e io avevo le mani robuste, ma il palato delicato. Una volta smisi persino di bere: durò due anni il mio periodo di astinenza dall’alcol. Ero andata a fare l’Haj, il pellegrinaggio sacro alla Mecca, e tornata in India non toccai un solo goccio di whisky, o di qualsiasi altro alcolico, per due anni. Ero una buona musulmana, a mio modo, ma avevo anche un debole per il dio Krishna, signore degli indù. Mi piaceva la sua aria birichina, il flauto con cui incantava le donne. Mi piaceva quella pelle blu: quasi ti ipnotizzava quando ti fissava dalle immagini sacre, sparpagliate per tutti i vicoli di Bombay. E io non avevo paura di guardarlo, non temevo il peccato, perché Allah era il mio usignolo e me lo portavo nella tasca del cuore, nella pancia, nelle orecchie. Non temeva nulla la mia fede: era incrollabile, perché tutto abbracciava. Tutto ciò che di divino c’era al mondo.

E adesso, miei cari ascoltatori, sono un po’ stanca, sapete? Se mi ascoltate o mi pensate ancora, potete cortesemente tendere la mano verso di me e offrirmi una Capstan? Una sola, mi basta. E se proprio volete farmi contenta, mi dareste anche un bicchierino di whisky? Il più invecchiato possibile, come il cassetto dei miei ricordi, dove i particolari, le impronte e le onde si mescolano senza fine, e senza mai.

 

Akhtaribai Faizabadi, detta Begum Akhtar (1914-1974), grandissima cantante indiana di ghazal, personaggio insolito e strappalacrime. Quando si esibiva, sul palco c’erano sempre whisky e sigarette: uno sputo in faccia al perbenismo dell’epoca, considerato che era donna, e pure musulmana.

Il poeta è un terrorista che spara alle parole

A poem in picture

A poem in picture

No matter where I was,

you were my home.

 

(Dove io fossi

non aveva importanza,

la mia casa eri tu.)

Dom Moraes

 

Ai miei studenti d’America dicevo sempre, «Prendete le vostre parole, quelle righe che avete scritto con caparbia e presunzione, con impeto e misericordia. Prendete le vostre parole e mettetele spalle al muro, poi spogliatele. E sparate,  sparate senza ripensamenti. Gonfiatele di proiettili, dilaniatele, riempitele di piombo. Infine raccogliete quel che resta, sollevate da terra i cadaveri delle vostre parole, ancora palpitanti, e avvolgeteli in un sudario. Di notte, cullateli. Fate la veglia funebre alle vostre parole sbrindellate. Ai vostri romanzi, alle poesie, ai racconti, ai brani, alle lettere. E vedrete che il terzo giorno resusciteranno. Fidatevi di quel che vi dico. Le parole spogliate dell’inessenziale rinasceranno. Da sole, si alzeranno dal sepolcro di carta e si incammineranno per strada, investite di luce vergine, libere infine da rimorsi e somiglianze. Forse a quel punto avrete scritto due versi, due righe, o un intero racconto, qualsiasi cosa, degni di essere letto».

Ormai sono un fantasma in terra d’America, privato dei miei studenti e del mio pubblico, e non mi resta che parlare da solo. Dialogo con me stesso persino nei sogni, perché anche i fantasmi sognano e continuano a imbastire lunghi discorsi, soliloqui destinati ai posteri. E allora io parlo, mescolando l’arabo all’urdu, e impasto la mia identità con un pizzico d’inglese.

L’inglese è il mio presente, l’urdu rappresenta invece la memoria, mentre l’arabo è la lingua dell’esilio. Già, l’esilio. L’esilio, che si traduce con un solo colore: negramaro. In questo confino tremulo e spettrale, non sono ancora solo, per fortuna: giunge sempre una melodia, a tratti straziante a tratti mielosa, a consolarmi. Arriva sempre la voce di Begum Akhtar a cullarmi. Lei, proprio lei, con la sua voce tanto acclamata: la più grande cantante di ghazal di tutti i tempi, e io l’ho amata molto. La sua voce non è mai morta, sapete, e ora si leva imperiosa dai vecchi grammofoni nei mercatini d’antiquariato di Bombay.

E ancora si leva da una stanza in affitto a Boston, dall’altro capo del mondo. È una camera impregnata di curry, zenzero e rimpianto, dove regnano le foto seppiate e le candele accese, e i libri assomigliano alle barche. Perché la morte non interrompe la passione, non muta l’ardore. La morte spezza solo il corpo, e incarognisce la nostalgia.

Begum Akhtar, il giorno della tua morte segnò l’inizio della mia fine. Io e te, a nove ore di distanza, perché i poeti misurano la nostalgia in secondi, minuti, ore, giorni, anni. Begum Akhtar, regina del ghazal e del mio cuore, il giorno della tua morte piansi lacrime amaranto. Begum Akhtar, il giorno della tua morte mi spuntarono cataratte di velluto nero sotto le palpebre.

Il giorno della tua morte, Begum Akhtar, pensai a mia madre e alle passioni proibite, al lamento dei corpi e degli dèi. Pensai a Heer e Ranijha, a tutte le leggende della mia infanzia, alle storie degli amanti sfortunati, ostacolati dagli astri. Pensai a mia madre. Oh, la pensai con una tale intensità che quasi svenni. Mia madre divorata dalla malattia, irraggiungibile. Mia madre, nella stazione di un paese perduto. Pensai a Krishna, e al suo flauto birichino sulle sponde del fiume Jamuna. «Krishna, hai perduto anche tu le tue amate gopi? Hai smarrito anche tu la via di casa?», domandai al dio blu come la pioggia, che mi fissava da un quadro, mentre mia madre moriva in un letto di ospedale, e il vetro era una barriera invalicabile. Moriva mia madre in una terra straniera e feroce, senza nemmeno il conforto della lingua natia, mentre le infermiere disorientate si rivolgevano a lei soltanto con gli occhi.

Allora, Krishna, rispondimi, ti supplico. Non sei stato uomo anche tu?

Il dio blu non rispose, mai, e allora partii per un viaggio. Partii, anche se non avevo né il biglietto né il visto d’ingresso per il paese dei ricordi. E quando arrivai, le porte si chiusero tutte, una dietro l’altra, a cominciare dal portone scalcinato del vecchio cinema nella Vecchia Delhi, dove avevo sognato l’amore in bianco e nero. Mi lasciarono fuori, con gli occhi truccati dalla pioggia. Due poliziotti mi spiegarono, concitati, che ero arrivato in ritardo e il film era già iniziato. Avevo accumulato un ritardo di dieci anni. Proseguirono con le spiegazioni meticolose e ribadirono beffardi che il mio biglietto era scaduto, perciò niente spettacolo. Non si degnarono nemmeno di offrirmi il riparo di un ombrello. Stupito, frugai nelle mie tasche vuote, e trovai un bigliettino spiegazzato. C’erano i miei versi, scritti con l’inchiostro sbiadito;  facevano più o meno così: «Shahid, ricorda. Gli amanti non si separano mai. Mai, quando arrivano le piogge».

Deluso, vagai a lungo per le strade stranamente deserte della Vecchia Delhi – perché a Delhi le strade non sono mai vuote, mai!, e pullulano a ogni ora, un amalgama bollente di vita e vapori. Camminai senza sosta finché non mi ritrovai sotto la Purana Qila, e incredulo mi portai la mano al petto, perché non avvertivo più il battito del cuore. Frastornato, mi avvicinai alla bottega di un macellaio, dietro la Jama Masjid, la grande moschea color ruggine che riflette l’ordine del mondo, quella catturata dall’obiettivo dei più grandi fotografi, avete presente? A quel punto, mi inoltrai col capo chino nella stanza verdemare del macellaio: era macchiata da spruzzi di sangue e grasso di interiora, e in quell’asfissia avvolgente vidi un vecchio cuore appeso a un gancio. Era il mio, e lo rivolevo indietro. Ma il macellaio fu come sordo alle mie suppliche: affilò una lama sudicia e iniziò ad affettare carne di mucca. Allora, per attirare la sua attenzione, fra un colpo di coltello e l’altro, gli recitai un antico ghazal di Ghalib, ma quell’uomo striminzito non batté ciglio. Poi si gettò con crudeltà su una carcassa che pareva quasi umana. Una carcassa dalla pelle immacolata: sulla carne viva erano state intarsiate incomprensibili frasi in urdu, che grondavano odio e sangue. Il macellaio mise da parte la lama, e finì di tranciare quel corpo coi denti e le unghie. Quel corpo martoriato sfolgorava, mentre veniva immolato su un altare di marmo, nel negozietto di un macellaio. Dilaniato, quel cadavere brillava così forte che mi allontanai di corsa, a mani vuote.

E a mani vuote, non potevo aspettare a lungo. Arrivarono repentini i due poliziotti, quelli che mi avevano accolto prima, al cinema. Mi portarono lontano, molto lontano, dal mio passato, e sbarrarono la porta del mio futuro. Incuranti e svogliati, quei due sbirri mi sbatterono nella prigione del mio presente.

Il presente era l’America. Il presente era una stufa elettrica: dovevo solo inserire la spina nella presa al muro e quella stufa diventava il mio calore. Ma le mie notti americane rimasero algide e ossute. Invano raccolsi foglie di quercia e le incendiai, custodendole in un fagotto sotto la giacca. Invano, cercai le foglie di chinar – quelle foglie che d’inverno bruciavamo in Kashmir. Le cercai nelle ampie e sperdute vedute d’America. Più guardavo, più ampio e desolato si faceva il mio sguardo americano. Finché un giorno non mi arrivò una cartolina da casa. Sulla cartolina strapazzata  dai chilometri e dai fusi orari, trovai i miei legami, bianchi e vaporosi come il fiato d’inverno, e trovai anche impronte di occhi e mani, storie di zingari, fattucchiere e acrobati.

«Il mio viso è la mia strada»[1] scrisse un poeta siriano, e così pensai stringendo quella cartolina misteriosa fino a consumarla. La conservai sotto il cuscino: tutte le notti il Kashmir veniva a trovarmi in America. In punta di piedi, per non disturbare la quiete ordinata del Grande Occidente. Il Kashmir si inginocchiava davanti al mio corpo addormentato. A volte rideva, a volte piangeva. Io provavo a cacciarlo via, senza tanta convinzione. «Vattene Kashmir, vattene. Lasciami in pace, per favore» così supplicavo. Al mattino mi lavavo la faccia e sorridevo, e dicevo allo specchio, «Buongiorno America, buongiorno Grande Occidente» ma il mio sorriso era amaro.

Un giorno, dopo aver parlato a lungo con lo specchio ed essermi sfregato il viso fino a farlo splendere, andai all’università. Nei corridoi mezzi vuoti incontrai uno studente americano con i capelli rossi e le lentiggini. Sporco arabo, mi ringhiò contro. Senza dirmi nemmeno “buongiorno, ehilà, come va”. Rimasi impietrito nel corridoio, sospeso in quel tunnel. Sporco ignorante, pensai. Ma non reagii, non dissi niente. Entrai in aula, accesi la luce, e attesi i miei studenti. Feci lezione, danzando sulle parole come fossero carboni ardenti. Non mi fermai a bere il caffè in mensa. Sulla strada di casa, provai a chiamare mia madre, in un’altra casa, ancora più lontana. Provai più volte a fare il numero finché non presi la linea, che rimase disturbata e sfrigolante per tutta la conversazione. «Le parole uccidono, mamma, l’ho imparato oggi. Ogni giorno qui imparo qualcosa. Ogni giorno l’America mi insegna qualcosa». Mia madre sospirò. Mi parlò a lungo dei campi di zafferano, dei vecchi dischi di Siddheswari Devi e Rasoolan Bai, delle bombe inesplose, dei fiori di velluto, del lago cupo di giada. Riagganciai e uscii in lacrime dalla cabina telefonica. Quando mi rinchiusi nella mia stanza in affitto, scrissi una lunga lettera a mio padre: dentro ci pressai la mia anima e il mio scoramento. Imbustai la lettera, dopo averla sigillata ben bene con la mia saliva. La sporca saliva dello sporco arabo, pensai, e mi feci una bella risata, grassa e appartata.

Il giorno dopo arrivai a lezione con la lettera sotto il braccio e il Corano in mano: cominciai a leggere con voce limpida e pulita la Sura della Vacca in una lingua che non mi apparteneva più. I miei studenti mi guardarono stupefatti, e non fiatarono finché non suonò la campanella.

Terminata la lezione, andai all’ufficio delle poste. L’impiegato mi accolse con un sorriso che non finiva più. Per cortesia, un francobollo per il Kashmir, gli chiesi. Uhm, signore, vuole un francobollo per l’India? O per il Pakistan? Perché scusi ma il Kashmir dov’è? In India o in Pakistan?, fece lui. Lo guardai sbigottito e gli risposi, be’, vede, se fosse solo una questione di francobolli, sarebbe tutto più semplice. Allora mi ripresi la lettera e stordii lo sguardo dell’impiegato zelante. «Lasci perdere il francobollo, preferisco portarla di persona la mia lettera. Non posso scegliere un francobollo, proprio non posso», gli spiegai come a scusarmi.

Allora mi incamminai verso il Kashmir. A piedi nudi, con la speranza sottobraccio. Camminai per mille notti, o forse più. Quando infine giunsi a casa, un minareto silente mi velò gli occhi. Il lago era scuro e minaccioso, le shikare fluttuavano sinistre, senza più remi e passeggeri. Il postino aveva smesso di fare il giro del lago per distribuire grammi di affetto e nostalgie. Ecco com’era finito il mio paese: il Kashmir era ormai un paese senza uffici postali, senza postini, senza lettere da recapitare. Nella desolazione dei miei pensieri comparve un ragazzo alto, con gli occhi scuri e lucenti: indossava una tunica strappata e insanguinata. Era un amico del mio passato, si chiamava Rizwan. Mi venne incontro trafelato, coprendosi i buchi della tunica con le mani. «Non dire a mio padre che sono morto. Straniero, non aprire bocca con nessuno, capito?». Straniero, io? Ma guarda che sono kashmiro come te… Non lo vedi, amico mio? Non lo senti, fratello?

Non sono un americano lindo.

Non sono uno sporco arabo.

Ma poi perché gli arabi sono sempre sporchi, e gli americani no?

Sono solo una lettera, io. Non sono un poeta. Non sono un professore universitario. Non sono un esule. Sono solo un foglio di carta in una busta stropicciata. Un foglio di carta dimenticato fra Kashmir e America. Perché alla fine ho capito una cosa, papà. Ho capito che quella lettera mai spedita ero io, papà. Ed ero venuto in Kashmir per dirti che l’avevo saputo che eri morto. L’avevo sempre saputo che eravate tutti morti. Com’era morta Begum Akhtar. E avevo infine capito che l’esilio il vero esilio è la morte degli amati.

A chi mi domanda ancora, anche adesso che sono morto e fluttuo come un fantasma, senza più timbri e passaporti, confini, guerre e identità, a chi mi chiede ancora «Shahid, per favore, ma chi era la tua amata? Chi era la musa della tua poesia?», io rispondo: «Chiedetelo pure al tumore al cervello che ha spento le mie parole, chiedetelo a lui. Il mio cancro risponderà a tutte le vostre domande e soddisferà la vostra infinita curiosità di essere umani e perituri».

Agha Shaid Ali (1949-2001), grande poeta kashmiro. Scomparso prematuramente per un cancro al cervello. Che le sue poesie vengano tradotte in italiano, e in tutte le lingue del mondo.

La tomba di Agha Shahid Ali

A Kabul è primavera, e spuntano le rose nei fucili

The Road to Oxiana

The Road to Oxiana

The wind was I, and the days and nights before.
Palm fronds scratched my skin.

(Il vento ero io, e i giorni e le notti del passato.
Le fronde delle palme erano graffi sulla pelle.)

Jayanta Mahapatra

Fame di viaggio, ecco di cos’ero malato.
Soffrivo di una vera e propria bulimia di viaggio. Insaziabile la mia bocca di percorsi. Masticavo sabbia fra i denti, bevevo cascate turchesi. Le formiche rosse scavavano percorsi segreti nel mio corpo. Il pitone che si azzardò ad attraversare le sorti del mondo, strisciando impavido per una stradina di campagna, finì sotto la ruota del futuro: solo un rivolo arancione, ma tagliò lamiere di cielo. E io diventai il vento. Vento di mare, impetuoso e sprezzante, carico di elettricità. Il vento che sgualciva i corpi e placava i desideri. Il risveglio fu solo silenzio, rotto di tanto in tanto da uccelli dispettosi. Invano cercai ganci con il mio paese natale, ma le macellerie abbassavano tutte le saracinesche al tramonto. E allora non mi restò che disperdermi. Come il vento, infine, sull’oceano di carbone.

Poco prima di coricarmi, avevo appuntato questi pensieri convulsi, fratturati, sul mio quaderno. Poi mi ero addormentato, mentre la nave solcava i mari selvatici dell’Africa occidentale. Sognai di varcare una frontiera sconosciuta dell’Asia centrale, con i pastori erranti e le pecore dalla coda grossa sullo sfondo.
Il burocrate alla frontiera mi guardò minaccioso e sfogliò infastidito il mio passaporto, aggrottando le sopracciglia. Poi mi domandò «Non ho ben capito, signore, quale sia il suo mestiere, quale professione svolga in patria». Non fu una domanda, bensì una sfida, e per giunta enfatizzata da uno sparo di fucile. Mi sforzai di decifrare cosa c’era scritto sul mio passaporto alla voce professione; dovetti strizzare gli occhi per leggere perché, nel frattempo, si era levata una tempesta di sabbia e i miei denti macinavano granellini dorati di terra. Con immenso orrore scoprii che alla voce professione non c’era scritto niente, e pensai che dovevo far aggiungere la dicitura «viaggiatore» o meglio «esteta», «scopritore di meraviglie» o più semplicemente «malato cronico di viaggio». In quell’istante, mi voltai e scorsi un’armata di nubi antracite alle mie spalle, violente come cannoni pronti a sparare, e allora ripensai a casa.
Casa significava odio, e contemplai disgustato quel sentimento infimo e rozzo, eppure così razionale e matematico – come solo l’odio razziale sa essere – che serpeggiava in seno alla nostra vecchia, decadente Europa. Sotto lo sguardo metallico del burocrate di frontiera, presi la mia decisione. «Guerrafondaio», conclusi, ecco cosa farò incidere sul mio passaporto con una lama ben affilata. Ecco cosa farò, pensai, non appena mi risveglierò da questo sogno grottesco che mi sta facendo venire il mal di mare. Guerrafondaio, perché tale mi facevano sentire il mio paese e la mia vecchia Europa, anche se in verità ero una colomba della pace, con un debole per il buon tè e il whisky robusto. Mentre viaggiavo su quella nave che stava colando a picco assieme ai bauli dei miei sogni, non potevo lontanamente immaginare cosa sarebbe successo in Europa. E bloccato alla frontiera immaginaria del mio inconscio, i miei sogni uscirono dai bauli e mi presero per mano: mi condussero al di là del filo spinato che segnò le coscienze e i corpi di un’intera generazione. I miei sogni mi accompagnarono lontano da quella nave silurata, e ancora sognai.
Sognai di essere un vecchio mistico sufi che, mentre lodava Allah in ginocchio, veniva lapidato dai suoi allievi ciechi. A ogni pietra scagliata con disprezzo, inghiottivo un sorso d’acqua salata, finché il mare in persona non s’impossessò del mio corpo, e io annegai. Non approdai mai sulla costa dell’Africa occidentale. Non conobbi mai l’avvenenza di quel mondo sconosciuto e inospitale.
Annegai.
M’inabissai nell’oblio più totale, con i miei occhi sporgenti da pesce, come quelli della regina Vittoria. In vita fui grasso e voglioso, non solo di viaggio. Odiai la banalità della chiesa cattolica con i suoi rituali smilzi e repellenti; odiai l’arte della Grecia classica, piatta e monocolore. E soprattutto odiai quel droghiere incapace, quell’impostore di Stratford-upon-Avon che scrisse drammi e commedie di infima qualità e pessimo gusto, ma che s’inventò un azzeccato nome d’arte. Shakespeare! Che nome tronfio si scelse, e lo fece soltanto per entrare nella storia della letteratura. Ma i suoi libri sono carta straccia. Ah, ah, ah! Buoni solo a fare fuoco, e forse neanche quello.
In vita, odiai con veemenza e amai con passione. Adoravo soprattutto gli scontri verbali, i duelli di parole. Una volta durante un viaggio in Palestina chiesi a un ebreo conosciuto in una sinagoga se non fosse il caso di conciliarsi con gli arabi. Proprio così gli suggerii. Gli ebrei dovevano conciliarsi con gli arabi a costo di qualche piccolo sacrificio, gli spiegai. Per garantirsi la pace in avvenire. Ma gli arabi erano terrorizzati dalla modernizzazione, così sostenne il mio interlocutore, e lo erano in una maniera quasi fanatica; perciò arabi ed ebrei non potevano trovare un compromesso. Gli ebrei, invece, erano molto più furbi: quando giungevano in terra di Palestina, buttavano il passaporto in mare o lo bruciavano, cosicché nessuno poteva più deportarli.
Dalla Palestina, sconsolato proseguii, nonostante qualche piccolo intoppo, lungo la via per l’Oxiana, meta finale del mio viaggio. Gli intoppi non erano creati dalla natura, bensì dai burocrati gretti e spocchiosi che governavano le frontiere a seconda dell’umore. Lungo la via per l’Oxiana incontrai funzionari isterici, docili soldati, oppiomani illanguiditi, patriarchi indefessi, medici rivoluzionari, commercianti zelanti, cammellieri tristi, esuli stravaganti, ebrei erranti, pastori senza memoria.
M’incantai davanti al vespro effimero del cielo d’oriente: il miracolo del giorno che diventa notte in un soffio. Dormii sotto un capanno di stelle, e bevvi tè alla ruggine con camionisti analfabeti. Mi fermai in tutte le tea-house disseminate lungo la via per l’Oxiana, e conversai con sconosciuti in lingue sconosciute. Scrissi sempre, annotai i colori e le impressioni, catturai gli odori e li custodii in ampolle di vetro. Ammirai il deserto turchese della Persia, paese di fiaba governato da un leone travestito da verme, o forse da un verme con la pelle di leone. Contemplai i paesaggi mutanti, le strade di fango per i capricci della pioggia, e rimirai il verde giocoso dei prati. Mi stupii dinanzi alle cupole: parevano meloni enormi, e i minareti erano piante di menta giganti.
Mi portai dietro l’occidente, o meglio l’occidente mi seguì come una maledetta ombra, ma imparai a misurare la terra col passo delle rane e il canto del gallo. Restai inorridito davanti alla testa decapitata di un pollo, mi inebriai con le lacrime proibite della Persia mescolate al vino fermentato, mi scontrai con la cocciuta ignoranza dei militari e dei burocrati di frontiera, mi commossi sotto un melograno di Kabul ricoperto di cristalli di neve.
M’imbattei in tante piccole storie incredibili, sfumate di magia: Bulbul, la scrofa selvatica di Persepoli che vagava libera per le rovine, lanciandosi in folli inseguimenti; il gatto che scassinava le casseforti a Mahan; la cicuta aglina dai fiori sgraziati, biancastri e sinistri; i cuscini viola degli alberi di Giuda.
Dell’Asia centrale mi colpirono i monti giallo limone e la virilità del paesaggio, come pure i narghilè e i samovar della Persia. E mi colpì anche la febbre da pulci, curata con oppio e miele nero. Una sera, mentre alloggiavamo in una stamberga nel cuore della Persia, Christopher – il mio impetuoso compagno di viaggio – fu pizzicato da sedici cimici, cinque pulci e un pidocchio. Così cominciò il suo viaggio allucinante nel delirio. Però la febbre e i suoi deliri, come tante malattie, si curano. Invece, incurabile è il delirio della guerra e del nazionalismo. Incurabile e altamente contagioso, come il virus dell’isolamento e della supremazia nazionalistica. Allora, con il mio inseparabile diario di viaggio, mio conforto di tante notti solitarie, sferrai un attacco inaspettato al nazionalismo dominante, morbo infettivo che, ahimè, si stava diffondendo rapidamente anche in Asia.
Quando si usano le parole come armi, queste colpiscono molto più lontano del bersaglio, e molto più a fondo. L’occasione si presentò a Shahi, in Persia. Mi capitò di criticare la bellezza di un tramonto. E voi direte? Cosa c’entra il nazionalismo con il tramonto? Lasciate che vi spieghi: il mio aspro commento in realtà era una mossa sovversiva. Criticando l’incantevole crepuscolo strappacuore, in realtà condannai le fabbriche grigie che deturpavano il paesaggio come un’insanabile cicatrice. E nel mio diario annotai: «Criticare un tramonto, al giorno d’oggi, può essere un’indiscrezione politica, e così pure ammirarlo, se per caso c’è in primo piano una fabbrica di cemento che andava ammirata al suo posto. Qualcuno deve pur trasgredire i tabù del nazionalismo moderno, nell’interesse della ragione umana. Gli imprenditori non possono e la diplomazia non vuole farlo. Deve farlo gente come noi» . Avete compreso il mio messaggio? La dialettica è un’arte, non convenite anche voi?
In vita, usai le parole e l’arguzia per sottolineare la mia fervente opposizione e il mio sdegno. Vi assicuro che volevo incendiare quel tramonto malato a Shahi, volevo cancellare dall’orizzonte quelle fabbriche di merda. Volevo urlare alle orecchie del mondo intero che bastava un particolare a rovinare un paese, bastava il cemento a murare le libertà. Ma gridai invano, e solo nei miei sogni. Perché Shahi era una città di pionieri destinata a finire nelle mani insaziabili di russi, tedeschi e scandinavi. Senza lasciarmi disarmare e mortificare dalle bruttezze umane, prosegui per la mia strada e finalmente giunsi in Afghanistan. A dire il vero, l’Afghanistan l’avevo già raggiunto una volta, ma nella stagione sbagliata, con l’inverno che gelava il fiato e corazzava la pietà dei burocrati. Alla frontiera afgana i burocrati mi rispedirono indietro e così, sconfitto, tornai in Persia.
Fu solo in primavera che ritornai in Afghanistan. Varcai la frontiera del paese famoso per i fucili e i sospetti, e mi inginocchiai, stremato e prostrato, dinanzi a quella terra contraddittoria. Dinanzi a quel popolo ardimentoso che viveva d’impeto e strette di mano. Quella primavera afgana mi regalò una vista spettacolare: l’Asia in tutto il suo incanto virile. Alla vista di Herat, esclamai «Questa è finalmente l’Asia senza complessi di inferiorità!».
Da quel momento il mio viaggio fu un susseguirsi di occhi birichini, tombe, mausolei, minareti, moschee, cipressi, pini, aranci, melograni, grappoli d’uva turchina, gelsi, whisky misto a neve, nuvoloni ardesia, draghi volanti, ceramiche celesti, sherbet, mare giallo, fiori di loto, garofanini, bocche di leone, fucsie e malvarose.
E soprattutto le rose, infilate nelle bocche dei fucili. Forse un giorno spunteranno solo le rose dai fucili, azzardai. Forse un giorno gli afgani non andranno in giro per le steppe e i deserti con il fucile sottobraccio, ma sfoggeranno un fiore nel turbante, una rosa all’occhiello. Oh, io lo vidi quel miracolo di rose nelle bocche dei fucili, e mi commossi. Fu come se i fucili fossero diventati uno stelo legnoso e spinoso, e i proiettili avessero partorito petali profumati.
Quante visioni incontrai lungo la via per l’Oxiana!
Tutto era cominciato nel lontano 1932 con una foto: un’immagine che si depositò sul fondo dei miei occhi di pesce. Una torre funeraria selgiuchide nella steppa del Turkestan. Tutta la malia di un viaggio racchiusa in una parola: Turkestan, un supplizio di sabbie semimoventi custodito da demoni, nani mostruosi e barbari. Turkestan, un mare arido, popolato da spiriti dispettosi che scatenavano la tempesta con uno schiocco delle dita. I viaggiatori arditi che osarono avventurarsi nel Takla Makan, il deserto cannibale del Turkestan, raccontavano che quando piombava il kara-buran, l’uragano nero dal cielo, non restava nemmeno il tempo di farsi il segno della croce. «Improvvisamente il cielo diventa nero…» così raccontavano «…e subito dopo la tempesta aggredisce con violenza terrificante la carovana. Enormi vortici di sabbia mista a sassi sono sollevati in aria e turbinando colpiscono uomini e bestie. L’oscurità aumenta e strani schianti risuonano tra i ruggiti e gli ululati della bufera… sembra lo scatenarsi dell’inferno».
E io affamato di viaggio, m’inebriavo con i racconti di altri intrepidi pellegrini. Soprattutto viaggiai. Viaggiai, cercando di cambiare le sorti del mondo in maniera tutt’altro che ortodossa. Il viaggio era malattia, dipendenza, condanna, ma era anche l’unica forma di resistenza possibile. E parlai. Parlai, cercando di captare le ragioni e i significati del nostro essere al di là dei confini del nostro piccolo mondo. E al culmine del mio esplorare, fu proprio la guerra – quella guerra che avevo sempre condannato – che decise la mia sorte e affondò la mia nave. Inesorabile il destino, mordace la morte.
La morte che abbracciai a Ishafan, sotto un cielo ebbro di pioggia viola. La morte mi passò davanti in barella, avvolta in un sudario sporco, e la strada si fece inesistente sotto i miei piedi: divenne una palude fangosa, pronta a risucchiarmi. E per non sprofondare mi aggrappai alla barella, e così ci scontrammo io e la morte: lei rigida e convulsa, con i piedi e le mani scoperte. Tutto il resto era ridotto a un sudario a quadretti: una misera tovaglia macchiata di rosso. Ci scontrammo, io e la morte. Io, presuntuoso come il vento, la scavalcai, disseminando semi di vita ovunque.
Perché io ero il vento, e nemmeno l’oceano africano, ghiotto e inferocito, riuscì a catturarmi.

Robert Byron (1905-1941): gentiluomo erudito, eccentrico ed esteta. Viaggiò lungo la via dell’Oxiana e scrisse un libro indimenticabile. Amante dell’architettura islamica e dell’arte bizantina, fu silurato mentre viaggiava in nave verso l’Africa occidentale e morì annegato.

Il terzo occhio, nascosto sotto la pianta del piede sinistro

Rory Stewart, Afghanistan 2002

Rory Stewart, Afghanistan 2002

I became an insect of solitude in the grass
Sitting at the very edge of the season.

(Diventai un insetto della solitudine nell’erba,
adagiato sull’orlo della stagione.)

Dilip Chitre

Abbiamo tutti un terzo occhio, nascosto.
Alcuni di noi lo sfoggiano, inconsapevoli, al centro dello spazio perfetto che separa i due sopraccigli. Altri lo custodiscono, semichiuso e infetto di pus, sul cuore. Altri ancora lo occultano fra le viscere infuocate, o sotto le ascelle pelose. Io ce l’avevo ben nascosto il mio terzo occhio, sotto la pianta del piede sinistro. Oh, avevo dei piedi bizzarri: il piede sinistro con l’occhio magico, e il destro che celava un mappamondo. Un planisfero ricamato con minuzia e decorato con la filigrana d’argento, come un’incantevole miniatura dell’epoca Moghul.
I miei piedi li ammiravo solo io. Qualche volta Elizabeth, mia moglie. Una volta provai a fotografarli, ma il terzo occhio rimase chiuso. Dispettoso. Forse semplicemente imbarazzato dal flash vistoso della mia vecchia Leica. Quella macchina fotografica l’avevo comprata a Londra, in un mercatino delle pulci, forse a Camden o a Portobello. Di Londra conservo poche cose ormai; di quella città mi è rimasta solo qualche macchia torbida sugli occhi. Sugli occhi azzurro cielo che mi rischiaravano il viso e i pensieri. Quegli occhi diventati poi mezzi ciechi a furia di aste e antiquari. Quegli occhi, o finestre, che qualcuno paragonò «agli occhi ardenti del Vecchio Marinaio». Quegli occhi che persi del tutto, anche se raccontai a mezzo mondo che ero guarito grazie ai miei viaggi.
Mi piaceva raccontare storie. Mi divertiva da matti. Era come tornare bambino. Se ci pensate, il racconto di una storia è un piccolo viaggio. La scrittura, in fondo, è transizione. Pensateci bene, le parole sono nomadi. Viaggiano di bocca in bocca, di mano in mano, di libro in libro. Le parole non si fermano mai.
Ma torniamo al viaggio. Il viaggio è stato la cura. Il vaccino contro la banalità, il conformismo. Contro gli spiccioli di una vita scontata e prevedibile. Dei miei viaggi per il mondo – Africa, Asia e Americhe – mi è rimasto un mutevole ricordo, come se le memorie fossero voluttuosamente cangianti. Pochi particolari, strampalati e sempre più sfuggenti. Ricordo però che mi portavo sempre dietro la Bibbia, e per me la Bibbia era una sola: La via per l’Oxiana di Robert Byron.
Tante volte me lo sono portato dietro quel libro, seguendo le ombre, le piste tracciate da Byron, e tante volte mi sono chiesto: ma cosa resta, cosa permane alla fine di un viaggio, in un’esistenza segnata dall’impermanenza? Taccuini di pelle nera, feticci d’arte, pezzi d’antiquariato, reperti archeologici, arazzi sognanti, amuleti primitivi, echi di sogni, miraggi deformi. Nel viaggio, in sostanza, ho cercato l’inizio di tutto, di tutto ciò che conosciamo. Il soffio iniziale dell’universo e il mistero dell’uomo sulla terra: per questa ragione viaggiai lungo le Piste del Sogno e mi avventurai per le Vie dei Canti.
Mi spinsi fino all’Afghanistan, paese amato e odiato; infine, rimpianto. Afghanistan, riecheggia cupo il tuo nome sotto il fruscio dei burqa e dei caftani, sotto il fischio dei missili russi e dei proiettili americani. Afghanistan, tu sei il rimpianto!
Un pomeriggio incontrai un camionista afgano, sporco e affamato. Mi diede un passaggio sul suo trabiccolo a quattro ruote. Quell’afgano guardò incuriosito le mie candide orecchie per tutto il viaggio. Forse l’Afghanistan stesso non era una terra, bensì quel camion sgangherato che venne in mio soccorso. Quel camion decorato con disegni pittoreschi e rose sgargianti. Rose soltanto dipinte perché i fiori veri non sbocciavano più, stroncati com’erano dalla polvere cinerea della guerra.
E mi ricordo ancora quell’orribile bazar a Herat, gremito di sciccherie americane. Quello sfavillio volgare di lustrini viola e finti boa di struzzo. In quel bazar della memoria riecheggiavano incessanti le note di un harmonium: un harmonium innocuo, di poca importanza, che però continuò a suonare per tutta la mia vita, senza che mai l’accompagnasse la voce. In quel bazar aspettai invano la voce, e finii per intossicarmi la vista con quell’orrendo spettacolo di neo-colonialismo americano. Grasso e kitsch, come l’America stessa.
Un’altra volta, mi ricordo che passeggiavo per Chaghcharan, quando m’imbattei in un nomade. Mi fermai con lui in una bettola, a bere un tè. Pagai io, ma il tè me lo porse lui con un sorriso sdentato. E per ringraziarmi, il nomade senza nome tirò fuori il suo Lee Enfield, con la custodia ricamata come un copriteiera.
Di stranezze nel mondo ne ho viste tante. Soprattutto in India, che è il paese delle stramberie. Quando vaghi per l’India, hai la sensazione di aggirarti per un film. Di muoverti attraverso una pellicola caleidoscopica, che allo stesso tempo puoi ammirare dal finestrino di un treno lento come una lumaca e dai sedili celesti: è proprio questa la magia dell’India. Il paesaggio è prima scialbo, ingrigito di cemento e gas di scarico. Poi la pellicola si anima e comincia a ballare, macchiata dai colori e devastata dai suoni: specchi d’acqua, villaggi cancellati dalla pioggia, strade fiorite di templi, biciclette incerte sulla terra color ruggine, bambini di cioccolato che giocano a cricket in mezzo alle mucche, uomini curvi nelle risaie, donne che percorrono tutti i giorni sentieri interminabili a piedi, con le giare d’acqua in perfetto equilibrio sul capo.
Finito il film, però, comincia l’incubo.
Per me è stato così. Quel sospetto che si è fatto carne, quel parassita indiano che ha invaso il mio corpo. Certo, certo che è andata proprio così: tutta colpa di un’ameba indiana se il mio viaggio si è fermato. Solo in India poteva capitarmi una disgrazia di tale portata. Mi ricordo di aver bevuto l’acqua di Rohet, in Rajasthan. Quell’acqua era infetta. L’India è una sanguisuga insaziabile! Si è appiccicata sotto i miei piedi, e non si è più staccata. Sì, è andata proprio così. È bastato un sorso di acqua virulenta, è bastato un bicchiere d’acqua a fermare il mio treno.
Tornai a casa, in Inghilterra. La notte non dormivo. Sudavo freddo. Mi sentivo uno straccio. Ero sempre più magro, diafano, evanescente. Forse volevo diventare «l’homme aux semelles de vent» – l’uomo dalle suole di vento, come scrisse Verlaine a proposito di Rimbaud. Vi confesso, però, che quando iniziai a perdere peso, non facendo altro che tossire, evacuare, scatarrare, sudare, provai il brivido viscido della paura. I medici, che dovevano annullare la distanza fra il mio corpo e il morbo misterioso, mi sottoposero alacremente a una sfilza di esami: malaria, bilarziosi, brucellosi, sifilide, listeriosi, toxoplasmosi. Nomi perversi, dal fascino esotico. Prendiamo la bilarziosi, detta anche schistosomiasi: colpisce i viaggiatori intrepidi che si sono immersi nelle acque del Mekong o dello Yangzi, o che hanno nuotato nelle acque delle isole meridionali delle Filippine, nelle Sulawesi centrali o in alcune zone sperdute del Maharastra. La malattia delle fogne a cielo aperto e dei fiumi verdegiallo. Un’armata di vermi trematodi che penetrano nella pelle. Vermi ultra-resistenti alla ricerca di una casa di carne umana, con una spiccata preferenza per viscere, ulcere e vesciche. Perdonate la caduta di stile. Ma tale è la volgarità dei medici: non hanno alcun riguardo per il buon gusto e godono a creare acronimi mostruosi per le malattie.
E così, alla fine, i miei ultimi viaggi furono peregrinazioni interminabili negli ospedali d’Europa, alla ricerca del morbo misterioso. Temevo di essere vittima di una banale malattia tropicale, comune fra i turisti. Ma il destino mi graziò e mi rese speciale, persino nella malattia. Dopo prolungate e accurate analisi, i medici scoprirono la causa del mio spossante malessere.
Penicillium marneffei. La mia ultima destinazione. Un fungo insolito, inspiegabile, eccentrico. Un fungo atipico che mi spalancò le porte per la mia personalissima “saison en enfer”. E volete sapere cos’è l’inferno? Altro non è che l’incapacità di muoversi. La negazione del movimento. La costrizione fisica. La reclusione forzata in un letto, in una stanza, in una casa, in un paese. Con i tuoi simili che si fanno beffa di te e ti puntano il dito contro, chiedendoti, “ma cosa diavolo ti sei preso, ma dove diavolo te lo sei beccato questo mostro che ti divora vivo?”
Più di una volta mi sono chiesto, che ci faccio qui? E ancora più me lo sono chiesto, inchiodato alla mia croce, in quel letto di ospedale, mentre il mio corpo veniva sacrificato sull’altare dell’ignoranza e dell’impotenza della scienza.
In fondo io non ero altro che un insetto. Un insetto rapace, sull’orlo del paradiso.
I medici mi spiegarono che il mio fungo è un patogeno naturale del ratto del bambù nell’Asia meridionale. La muffa ha invaso il mio corpo, appiccicandosi al midollo osseo. È una muffa insolita, caratterizzata da dimorfismo termale e morfogenesi. Abile a camuffarsi, in parole povere. Predilige fegato e polmoni, organi spugnosi e generosi, ma stanziali. Io ero ormai impotente, inclassificabile: i medici si scervellavano per trovare la causa del mio contagio. A me non interessava una causa. M’importava soltanto alzarmi dal letto, lasciare la stanza d’ospedale, rimettermi in cammino. I medici invece badano solo ai dettagli insignificanti. Non possono capire le magie, gli imprevisti. Mi chiedevano con insistenza, ma come ha viaggiato? Come? Ma per tutte le divinità! E chi lo può sapere: ogni viaggio è diverso, irripetibile, non esiste (per fortuna!) un manuale del perfetto viaggiatore. Io viaggiavo sull’impeto del mio sentire, sulle vibrazioni del mio terzo occhio. Percorrevo miglia e miglia in treno, e poi mi fermavo all’improvviso in posti minuscoli, dimenticati: formiche nerissime e sfuggenti sulla mia mappa spiegazzata. Tante volte, nel corso dei miei viaggi, ho sfiorato la morte; tante volte mi sono burlato della buona sorte. Ma il viaggiatore non bada a questi dettagli. Il viaggiatore ha la necessità di cercare l’altrove, di allontanarsi dai percorsi battuti dal turismo di massa. Oh, che brutta invenzione il turismo. Se n’era reso conto anche l’acuto Byron, che scriveva: «homme = touriste». La degenerazione del concetto di viaggio è stata la conseguenza diretta del «grand tour» dell’ottocento, dell’organizzazione commerciale delle masse.
Ma, come vi dicevo, i medici non riescono a cogliere certe sfumature. I miei giorni erano sfilacciati e confusi, tempestati dalle loro domande incessanti. Un tardo pomeriggio giunse da me un dottore. Giovane e borioso. Fuori dalla finestra c’era la luce bieca e agonizzante.
«Mi permetta. Lo so che è un grande viaggiatore, e sicuramente è stato sempre molto attento. Ma non è che per caso ha mangiato qualcosa di strano in uno dei suoi innumerevoli viaggi?». Così azzardò il dottorino con gli occhiali calati sulla punta del naso. La luce era sempre più triste, abbandonata. Nello spazio vuoto dei miei pensieri ritrovai un vecchio diorama: io e Elizabeth, in un villaggio dimenticato sul confine tailandese. Avevamo intenzione di andare in Nepal, ma ci eravamo fermati nello Yunnan.
«E perché vi siete fermati proprio là?» mi domandò il giovane dottore affamato di curiosità.
Perché? gli feci eco. Sempre a occhi chiusi, gli spiegai che i miei piedi prendevano spesso direzioni improvvise. Imprevedibili, dettate dalla volontà del mio terzo occhio. «Quale terzo occhio?» mi domandò lui, preoccupato. «Il terzo occhio, quello sotto la pianta del mio piede sinistro». A quel punto si mise a sedere e mi guardò come se fossi impazzito. Poi mi misurò la febbre. «Alta, altissima. Questo è il delirio scatenato dalla febbre. Oh, si sfoghi, si sfoghi, coraggio, magari scopriamo qualcosa di interessante».
Non avevo la febbre. Gli stavo semplicemente confessando la verità. Ma i medici non hanno orecchie per la verità dei pazienti, e allora raccontai. Raccontai. Senza preoccuparmi di distinguere il vero dal falso.
Invece di andare in Nepal, io e Elizabeth ci spingemmo nello Yunnan, al confine fra Cina e Tailandia. Dopo aver vagato a lungo, ci fermammo in un villaggio sperduto sulle montagne. Un villaggio spoglio ma accogliente. E accogliente fu il vecchio cinese che ci ospitò. Un uomo umile, dalla faccia di tartaruga, e con un solo dente. Passava le giornate a fumare oppio con una piccola pipa di pietra nera. Quel signore gentile ci portò alla festa della mietitura del villaggio, e là, in bilico fra roccia e cielo, mi contagiai. Forse fu l’aria montana, rarefatta: ora soffice, ora ruvida. L’aria intrisa delle polveri di grano. E forse non fu soltanto l’aria giallo oro – incantevole a vedersi, ma fastidiosa a respirarsi – ma anche l’uovo a contaminarmi. Sì, l’uovo nero che ingerii alla festa del villaggio.
Camminavo con Elizabeth e il vecchio cinese per la via principale del paesino, zeppa di bancarelle che vendevano grossi spiedini di maiale. Pur di non mangiare la carne di maiale, grondante grasso e salsa piccante, mi concentrai sull’uovo sparuto dal guscio nero: quell’esserino innocuo sfidava la forza della gravità su una bancarella tutta unta. L’uovo faceva gola ai vecchi contadini del villaggio. Forse era prezioso, magico. Quando mostrai un vivo interesse per quella stravaganza gastronomica, la folla si dileguò e rimanemmo soli: io e l’uovo nero. Un tipico esempio di ospitalità asiatica. L’ospite è sempre privilegiato, e così spettò a me l’onore di mangiare l’uovo tanto ambito. Lo mangiai così com’era: crudo. Me lo offrì il mio amico cinese, porgendomelo sul palmo della mano, dopo aver praticato un piccolo forellino sul guscio. Restai perplesso a fissare la sua mano. Il vecchio non disse niente. Mi guardò con gli occhi languidi di papavero. Allora accettai il dono e bevvi il liquido dolciastro di quell’uovo minaccioso. Bevvi, senza paura. Bevvi, e mi sembrò di ingurgitare la notte che intanto era calata su di noi.
In quel preciso momento, in tutta la storia della medicina mondiale, ero l’unico bianco a essere stato contaminato dalla muffa del ratto del bambù. Nessun europeo, nessun occidentale, nessun bianco l’aveva mai contratto quel fungo. Già, un fungo rarissimo: l’infezione era stata riscontrata soltanto fra una decina di contadini cinesi e tailandesi, oltre che in un’orca marina sulla costa dell’Arabia. Diventai così un caso inspiegabile. Un’eccezione alle smilze regole di quella patologia sconosciuta. Un’anomalia.
Per i giornalisti e i colleghi sospettosi e invadenti, inventavo ogni volta una variante diversa della storia. Raccontai di aver contratto l’infezione mentre banchettavo con una fetta di balena cantonese su una spiaggia vulcanica della Cina meridionale. Un’altra volta tirai fuori la storia dello sterco di pipistrello. Avevo visitato le caverne dei pipistrelli a Giava, in Indonesia e, involontariamente, ne avevo inspirato il lezzo infetto. Oh, l’isola di Giava, che piacevole sorpresa. Brutta al primo impatto, miracolosa con il passare dei giorni. Le nuvole mi cadevano addosso, mi attraversavano. I laghi sul mio cammino, cerchi d’acqua verde muschio, circondati da villaggi remoti, primitivi. Un fascino speciale, lunare: il non voler cambiare. L’immutabilità del tempo. La resistenza al cambiamento. Le rovine dell’arcano passato disseminate sui campi brulli e spennacchiati. Il tempio di Shiva ammirato a lume di candela.
Le moschee invece erano brutte. Oh, com’erano scialbe. Moderne, metalliche. Moschee di latta e cartone ondulato, dai colori volgari. Ogni tanto giungeva la voce del muezzin ad agitare i miei sogni, e io accarezzavo la mia bussola come a voler rassicurare l’urlo dei minareti. Il vero miracolo, però, giungeva al tramonto quando il mio sguardo, eccitato dal caffè e dalla zuppa di pollo piccante, si perdeva nei profili dei vulcani. Punte inarrivabili, violargento. Presenze invisibili, ma onnipresenti.
E intanto passavo il mio tempo in un letto d’ospedale in compagnia della mia solitudine infetta. Ogni tanto mi arrivavano zaffate di atmosfere lontane e, per un attimo, riportavano l’odore dei tropici in quella stanza soffocante. Inconfondibile quell’odore. Una volta l’ho catturato sulla mia moleskine, urina e frutta marcia e petrolio grezzo.
E intanto, nella mia vita reale, passavo molto tempo a letto, sfidando con la lingua e l’arguzia le orde barbariche di inquisitori impertinenti che frugavano nella mia vita. Ormai mi ero ridotto a un mezzo scheletro pieno di croste, con gli occhi lucidi e sporgenti, come una miniatura del cortigiano di Akbar che avevo ammirato alla biblioteca Bodleian di Oxford. Quella volta mi ero fatto incantare dalla perfezione delle minuzie. E adesso ero io la minuzia, tutt’altro che perfetta: ero stanco, slabbrato, privo di prospettiva.
Oh, se avessi almeno avuto il conforto della mia God Box. Sì, la scatola di Dio. Una scatola di legno con la teca di vetro scintillante. La mia vetrinetta delle meraviglie. In quella scatola avevo racchiuso un mondo fantastico: ci custodivo i miei juju, oggetti preziosi dotati di vita propria e proprietà magiche, scovati durante i miei viaggi in Africa occidentale. Un timpano di leone per conferire un udito maestoso alle mie orecchie piccole e aggraziate. Un geco essiccato per beneficiare del camaleontismo, e mutare forma all’occorrenza. Se frugate bene, troverete anche una penna di faraone. L’ho conservata con amore affinché impregnasse le geografie delle mie parole con un guizzo di eternità. Scrittore di terra, ecco cosa sono stato. Scrittore di transiti e carovane. D’aria erano i miei desideri, e allora riposi sul fondo della scatola due artigli di aquila, avvoltolati in un pezzo di seta. Per non dimenticare che un tempo ero stato uccello anch’io. E per finire, un teschio di scimmia, poi scomparso in circostanze misteriose. E l’organo interno di un animale sconosciuto.
L’organo interno, ormai ve lo posso rivelare, era il mio terzo occhio. L’occhio segreto che donava direzione ai miei piedi, alla mia vita.
E quale direzione possibile resta a un infermo?
Diciamolo chiaramente, senza patetici e falsi pietismi.
Allora, cosa mi restava? Solo una direzione. Quella verso l’alto. Consapevole dell’agra verità, sprofondai in un sonno senza speranza, e quando riaprii gli occhi arrossati, trovai lo sguardo bonario del terzo occhio ad accogliermi. Finalmente libero dalla prigione dei miei piedi, vagava per la stanza, in cerca di un corpo nuovo da abitare.

Bruce Chatwin (1940-1989): viaggiatore di professione. Soprattutto nomade per vocazione. Prematuramente scomparso per una brutta malattia che non mi interessa nominare perché lui odiava il nome di quella malattia. Lo trovava un acronimo di pessimo gusto. L’unica malattia di cui soffriva era l’“horroeur du domicil”, la stessa di Charles Baudelaire.

I particolari, ‘fanculo i particolari

Darkness

I look striking in red and black
And a necklace of skulls

(Sono uno schianto, vestita di rosso e nero
E con una collana di teschi.)

Eunice de Souza

I particolari, ‘fanculo i particolari.
Con che faccia venivano da me, come tante cagne bavose in processione, a chiedermi i particolari. I particolari, cazzo, di ventitré giorni di prigionia in quella stalla, in quel dannato villaggio in culo al mondo. Con che coraggio quei giornalisti di merda con i capelli impomatati, e gli occhiali quadrati con le lenti grosse, con che coraggio mi chiedevano i particolari. I particolari! Che se ne fanno della loro istruzione, delle loro lauree del cazzo e di tutte le scuole di ‘sto mondo se non riescono a guardare una donna ferita dritta negli occhi. E manco una carezza riescono a farle. Una carezza, ecco cosa mi separa dagli uomini tutti libri e cultura. Gli uomini di carta non capiscono una minchia. ‘Fanculo, la cultura. E ‘fanculo pure i particolari.
E poi, se proprio ne vogliamo parlare, be’, diciamocelo in faccia, senza tanti peli sulla lingua: ma a un uomo, mettiamo, a un maschio insomma, glieli avrebbero chiesti i particolari? No, assolutamente no. Ma figuriamoci. Perché un uomo sempre un eroe è, in qualunque caso, e la donna è solo una puttana. Una puttana, e basta, e i guai le donne se li cercano, se li meritano: questa è la loro fottuta mentalità.
Puttana nacqui, e puttana morii. In un villaggio dell’Uttar Pradesh, nella tanto celebrata “Shining India”: quell’India che diventerà la futura potenza mondiale, come recitano i pronostici. La potenza di questa minchia, altro che potenza mondiale! Paese di fascisti e morti di fame, ecco cos’è l’India. Non è mica il paese trendy e imbellettato che s’inventano i giornalisti con la complicità dei politici. Politici e giornalisti, contaballe a pagamento: che categoria schifosa!
Insomma, nacqui in un villaggio qualsiasi, dove la fame lastrica i campi aridi e riempie i pozzi vuoti con urla spaventose. Puttana nacqui, senza sapere se ero femmina o bestia a quattro zampe, perché io e la mamma e le sorelle mie eravamo abituate a stare sempre chine, a vivere a quattro zampe. Ce ne stavamo con la testa bassa, a strofinare i pavimenti nostri e degli altri, a spazzare le miserie a mani nude. Per guadagnarci un pizzico di calore raccoglievamo la cacca delle mucche e dei bufali. Raccoglievamo le cacche per i sentieri della foresta, nell’intrico dei campi, poi le modellavamo come tanti piccoli chapati. Tonde tonde le facevamo, piatte come il pane. Le usavamo per accendere il fuoco oppure ci costruivamo le capanne con quelle benedette cacche di mucca. Tutta la mia infanzia conserva quella puzza mistica. Quei mucchetti di merda fumante disseminati per i sentieri maculati di disperazione erano come tante piccole illusioni.
E di notte, quelle cacche si ficcavano pure nei miei sogni: a occhi chiusi, con i piedi e le mani immobili, ne raccoglievo tantissime per costruire un tempio alla mia amata Durga, che era la mia divinità preferita, e lo è sempre stata. Il tempio era bello, tanto bello: io schioccavo le dita e, come per magia, si accendevano un milione di lucine e sbocciavano fiori da tutte parti, e così il profumo dei fiori cancellava la puzza di cacca. Durga mia, quanto ti ho pregato. Durga mia, per fortuna che c’eri tu. Sennò, non sapevo proprio dove sbattere la testa. Durga mia, pensa che una volta mi hanno persino scambiato per te! Sì, un branco di invasati e ubriaconi mi ha preso per un’incarnazione della dea Durga, quella che cavalca la tigre. Altro che tigre. Io non ho mai cavalcato la tigre: ero io la tigre ed erano gli altri che mi cavalcavano. Non avevo mica un nome da tigre, anzi. C’avevo un nome tutto delicato: Phoolan. E sapete che significa? “Fiore di Dio” significa. Ma quale fiore? Se proprio ve lo devo confessare, un rovo di spine, appuntite e velenose, sono stata. Anzi, diciamo che sono stata una puttana tutta spinosa, così vi faccio contenti.
Siete più contenti, allora?
Puttana mi consideravano al villaggio. Indovinate perché? Perché non ne volevo sapere di soddisfare quel porco di mio marito. Non ne volevo proprio sapere di fare la brava mogliettina indiana che si prende il bastone e le bastonate, e pure zitta si sta. Avevo solo dodici anni, o forse undici, non me lo ricordo di preciso. Ero ancora piccina quando i buonanima dei miei genitori – pace all’anima loro – mi diedero in sposa a uno sporcaccione, in cambio di una bicicletta. Mi consegnarono a un ubriacone grasso e lurido, e pure puzzolente, che dal primo giorno di matrimonio mi trattò come una cagna. E quel lordo aveva quattro volte gli anni miei. Ma mica me la presi coi miei genitori. Che colpe tenevano loro? In fondo, erano due povere creature imbruttite e strapazzate dalla fame e dalla vergogna. Insomma, non era colpa loro ma nemmeno mia, e così me ne scappai da mio marito, lasciando l’onore appeso in piazza. E tutti gli altri uomini si sentirono autorizzati a prendersi la mia virtù, quella virtù immacolata come le lenzuola che lavavo nelle pozze del fiume. Be’, quando le pozze erano piene d’acqua. Quando eravamo fortunati e pioveva, ci andava di lusso. Perché, più che di fame, al villaggio morivamo di sete. Noi eravamo poveri, ed eravamo costretti a rimanere poveri per volontà dei ricchi e delle leggi indiane. E, forse, pure per capriccio del cielo.
E adesso non mi fate sempre quella stessa stupida domanda, ma tu Phoolan di che casta eri? Ve l’ho già detto, no, che non sopporto le domande. Ancora?! Vabbe’, se proprio ci tenete, ve lo dico. Appartenevo a una casta universale, quella della povera gente, e per di più ero stata bollata come una puttana.
Mannaggia vostra, ma quante cazzo di domande mi fate, eh? E poi, diciamocelo, ma a che servono le domande? Non servono a una minchia manco le risposte, figuriamoci tutti questi interrogatori che mi fate. Sono solo parole buttate in un pozzo, mezze verità bruciate in un incendio. Ma se proprio insistete tanto… allora, io che vi devo dire?
Io non sapevo niente. Io non ho mai saputo niente. Volevo solo imparare a parlare, come una signora per bene. Volevo solo che mi ascoltassero. Volevo solo dare un po’ di significato allo schifo che mi circondava. Parlare, essere ascoltata. Senza essere più considerata una femmina con quel fottuto taglio in mezzo alle gambe, quella cosa vogliosa che si sono presi tutti, ma proprio tutti. Certe volte mi sono sentita solamente cibo per gli uomini, carne che ti potevi prendere a morsi, a bocconi grandi. Ma ve lo ripeto, io volevo solo imparare a parlare.
Alla fine, però, l’unica lingua che ho imparato, è stata la violenza. Il mio alfabeto era fatto di rabbia: “A” come “Attacca”, “B” come “Botte”, “C” come “Corri”. Già, corri Phoolan. Corri lontano dalle botte degli uomini. Quelle mazzate che mi sono beccata sin da piccola. Quelle violenze quotidiane mi hanno tirato fuori una lingua che non conoscevo. Ed è stata proprio quella lingua a mostrarmi l’occhio d’oro del cobra e mi ha dato la forza di sollevarmi da terra, alzare la testa e camminare su due gambe. Come tutti gli altri, come gli uomini. Perché solo noi donne, minchione che non siamo altre, camminiamo a quattro zampe.
Ma mo’ basta. Basta con le storie tristi.
Tutto sommato, non mi lamento. Sono pure finita al Parlamento indiano. Avete sentito? Io, che non ho un solo pezzo di carta da appendere al muro. Io senza nemmeno un giorno di scuola. Io, proprio io!, sono finita al Parlamento. E mi hanno pure dato una casa superblindata in un quartiere sciccoso di Nuova Delhi. Che meraviglia, no? Ma è stato tutto uno sbaglio, è stato un maledetto sbaglio. Io me ne sbattevo della politica. Non m’interessavano tutti quegli imbrogli. A me piaceva soltanto andare a caccia. Sì, scrivetelo questo. Volevo giustiziare chi mi aveva usato, chi mi aveva sfruttato col permesso e il consenso dei prepotenti. Volevo vendicare tutte le mie sorelle indiane. Volevo solo vivere libera, correre nuda nella giungla, con i capelli pieni di insetti luccicanti e fiori selvatici, con gli occhi brillanti di una lince. E soprattutto volevo stare con l’unico uomo che mi ha trattato come un fiore, l’unico uomo in tutta la mia vita che ha dormito con me senza infilarmi le mani in mezzo alle cosce. L’unico uomo che mi sussurrato «Tu sicuramente sei una rosa, Phoolan, ma lo sei sempre stata» , me l’ha sussurrato con voce di miele, come i gulab jamun. E quella notte, rosa mi sono fatta, e per lui sono sbocciata. Solo per lui. Io e Vikram ci siamo amati troppo, e troppo poco. Vivevamo come banditi, scopavamo come tigri. Mannaggia, quanto mi manca Vikram mio. Gli altri uomini sono stati tutti maiali, infami e traditori.
Quando ho cambiato vita, quando mi hanno costretta a deporre le armi, quando mi hanno obbligata ad arrendermi come un verme allo Stato, allo Stato corrotto e ingiusto – phuùù, ti sputo sopra India cieca e meschina – insomma, a quel punto ho dovuto per forza cambiare faccia e ho imparato a parlare la lingua dei contaballe. No, per favore. No! E che cazzo? Ma perché mi chiedete ancora cosa mi hanno fatto in prigione?
Ma cosa cazzo si può fare a una donna in prigione? C’è bisogno che ve lo dica? Eh? Non avete neanche le palle per rispondere, no? Insomma se proprio volete sapere cosa cazzo si fa a una donna in prigione, be’, ve lo faccio vedere io. Ve lo faccio vedere io cosa si fa a una donna in prigione.
Porca troia, aprite quei cazzo di occhi invece di farmi ancora domande! Uffa. Uffaaa! Eddai, basta con ‘ste domande. Ma siete proprio duri di testa, eh? Questi minchioni continuano a domandarmi, «Ehi, Phoolan, aspetta, un’ultima domanda: l’idea del massacro di San Valentino è stata tua?»
San Valentino. Io non sapevo nemmeno chi era ‘sto San Valentino. Santi non ne conoscevo, e non ne conosco nemmeno ora. Io e i santi mica ci possiamo tanto vedere. Ce ne stiamo alla larga, ognuno per i fatti suoi. Io da una parte, i santi dall’altra. Insomma, una bambina che a dodici anni l’hanno venduta a un maiale schifoso per una bicicletta, che cazzo c’entra con i santi? Mica ci può avere a che fare. Niente santi, niente angeli. Niente di niente per me, destinata a marcire in tutte le prigioni dell’India. Io non l’ho mai preso per un massacro. Massacro, madonna, che parolona! Il massacro ce lo fanno gli uomini tutti i giorni, a noi povere criste di donne. Ecco il vero massacro. Per me, la storia di Behmai è stata una questione privata. Sì, proprio così. Una storia personale, fra me e gli uomini del villaggio di Behmai. Sì, Behmai. Quel villaggio in Uttar Pradesh. Sì, lo conoscevo bene quel villaggio, e conoscevo pure i fetenti che ci abitavano. Ma… porca puttana! Ve l’ho già raccontata un milione di volte questa storia. E ve lo ripeto per l’ennesima volta… Per favore niente domande, niente particolari. Parlo io, decido io, quando mi va, capito? E lasciatemi parlare allora, almeno stavolta! Non so se ne abbiamo fatti fuori ventidue o venticinque o trenta. Io i morti non li contavo, li ammazzavo e basta. Tanto qualcuno doveva farlo prima o poi, non potevano fare i cazzi loro e filarsela sempre liscia, allora alla fine ci ho pensato io. No, non sono l’incarnazione di Mahakali! Magari. Magari nascevo forte come Kali. Col cazzo che ci finivo in prigione, se ero potente come Mahakali. Ma poi perché c’avete tutti ‘sta fissazione che devo essere l’incarnazione di qualche divinità, eh? Adesso però basta, mi sono scocciata di raccontarvi i fatti miei. Fatti che, primo, non vi riguardano. Secondo, non potete capire manco di striscio, minchioni di giornalisti, intellettuali, scrittori, e professori.
Insomma, finiamola subito con questo bla-bla-bla. Come stanno le cose non lo so. So solamente che io, Phoolan Devi, sono stata banditessa, giustiziera, paladina dei poveri, carcerata, criminale, e infine parlamentare. Protagonista, senza mai volerlo e senza mai chiederlo, di libri, film, articoli, discussioni. E ancora puttana, fenomeno da baraccone, violentata, abusata, usata. Stracciata, distrutta, buttata via.
E lo volete sapere come mi hanno tolta di mezzo, eh? Lo volete sapere? In una maniera proprio insulsa: con sei proiettili, a due passi dal Parlamento di Delhi, davanti a casa mia. Oh, una casa che doveva essere di massima sicurezza. ‘Sto cazzo, altro che massima sicurezza. La verità è che mi volevano fare fuori in tanti. E quei tanti cominciavano a essere troppi. Mi voleva morta pure il mio secondo marito, Umed Singh. Me l’aveva fatto sposare mio zio con un matrimonio combinato. L’ho sposato per accontentare lo zio, e anche altre persone che un pochino ci tenevano a me. Non volevano che rimanessi sola. Ma io dicevo sempre: meglio sola che male accompagnata. Ma i familiari miei volevano solo che cambiassi vita, e Umed sembrava un tipo a posto. Dopo che mi hanno strappato dal cuore il mio amato Vikram Mallah, dopo che me l’hanno scempiato come un coniglio… Be’, a quel punto un babbeo o l’altro mi andava bene.
Vikram mio, non disperare però. Tanto ci rincontreremo presto, te lo prometto. Ti troverò prima o poi e saremo di nuovo due spiriti liberi e selvatici. E giuro che stavolta nessuno, ma proprio nessuno – porca miseria! – nessuno fermerà la nostra corsa verso il paradiso.
Phoolan Devi (1963-2001): banditessa indiana che non amava raccontare i particolari della sua burrascosa, intensa e tragica esistenza. Per rispetto alla sua volontà non aggiungerò altro.

Persino il cielo è diventato verde

Separation can’t be borne
when the rains come.

(Intollerabile è la separazione
Con l’arrivo del monsone.)

Agha Shaid Ali

L’avevo supplicato, con la bocca appiccicata al suo orecchio perfetto.
Con voce straziata gli avevo sussurrato che non potevamo separarci durante le piogge. Che la nostra separazione sarebbe stata un affronto al cielo del monsone, gonfio di nubi petrolio e incuranza. L’avevo implorato di non partire, di non lasciarmi nella pioggia. «C’è persino scritto in una poesia, Hans» avevo gridato, infervorata. Separation can’t be borne when the rains come. Gli avevo letto più volte quei versi, mentre la mia voce si spegneva nell’urgenza del tramonto, la frenesia dei corpi.
Giugno in Kerala era una carezza appiccicosa: ti lasciava addosso una traccia umida, ti ubriacava con un cielo sbadato, quasi perverso nella sua trascuratezza.
L’attesa della pioggia scandiva i nostri giorni.
Io e Hans avevamo consumato interi pomeriggi nell’attesa della pioggia: diluivamo le ore più lente in tazze di chai dall’aroma deciso di zenzero, ci improvvisavamo indovini: scrutavamo le nervature delle foglie e le lunghe ombre dei nostri progetti, mentre la vecchia radiolina a manovella trasmetteva canzoni popolari da tutta l’India.
Poi, strafottente, era arrivata la pioggia, assieme a una cassetta di K. J. Yesudas. L’avevamo comprata qualche giorno prima da un nanerottolo che vendeva musiche su una bancarella del mercato. «Ci sono tutti i successi di K. J. Yesudas, se amate il Kerala dovete ascoltarla» aveva strillato il mercante, e noi ci eravamo fatti ammaliare dalle sue mani anarchiche. Quel nano mescolava con arguzia, e senza alcun pudore, inni religiosi e nuove hit di Bollywood, con un tocco di obsoleti film in malayalam. Io e Hans avevamo comprato all’istante quella cassetta di K. J. Yesudas, poi giunti a casa, l’avevamo ascoltata a cavallo della finestra, mentre il paesaggio si disfaceva – inesorabile – sotto la pioggia, e noi ci bagnavamo, estatici.
E così era giunta la pioggia, come un vangelo annunciato. Era giunta, e tutto si era disfatto. Persino danzare era diventato faticoso: l’acqua aveva travolto i nostri passi incerti e impudenti. Il cielo era come imbizzarrito, le strade si erano tramutate in fango, e le palme ci deridevano, sfavillanti.
Ci eravamo trasferiti in quel villaggio, incuneato nella foresta del sud dell’India, molti mesi prima, ma forse erano persino anni: avevamo perso il conto. Eravamo finiti là soltanto per studiare kathakali, la danza tradizionale del Kerala. Ma con lo scrosciare del monsone, il ritmo si era fermato. Andare a lezione dal nostro maestro di danza, era diventato sempre più arduo. Spesso restavamo inebetiti a fissare la furia del cielo.
Hans però, con l’aumentare delle piogge, era diventato insofferente. Quella densità liquida lo stordiva, e così si era fatto prendere dalla smania di partire. «Ho bisogno di aria, montagne, spazio: è tutto quel che conta» mi ripeteva. «Cielo, dài, strappami gli occhi e fammi vedere Dio, quello vero» urlava ogni sera come un indemoniato.
Un pomeriggio a letto, sfogliando un vecchio libro di leggende indiane, Hans aveva scoperto un posto incantato sulle montagne del Kashmir: «Migliaia di pellegrini, nel plenilunio del mese di agosto, s’inerpicano sullo stretto pendio che conduce ad Amarnāth. Morire sul cammino della grotta dedicata a Shiva costituisce una grazia concessa dall’Onnipotente. Con fervore, i devoti varcano gli alti passi per andare ad adorare una stalagmite di ghiaccio che rappresenta il linga di Shiva».
Mi aveva lanciato uno sguardo autunnale, richiudendo di botto il libro, e in quel frastuono di carta e lampi, io avevo capito. Quando Hans si faceva rapire dalle leggende, niente poteva fermarlo. Niente. Nemmeno le mie mani, né il delicato veleno del nostro amore.
Noi due eravamo sbocciati su un treno indiano: era iniziata così la nostra storia. Eravamo partiti per l’India separatamente, con gli zaini sfrigolanti di curiosità e voglia di vivere. Dopo aver passato qualche giorno a Bombay – città spropositata e cannibale – avevamo comprato tutti e due, all’insaputa l’uno dell’altro, un biglietto di treno per il Kerala. Un biglietto di sola andata. Sul Netravati Express eravamo ancora due perfetti sconosciuti. E avevamo fatto quasi tutto il viaggio senza sfiorarci. Poi ci eravamo imbattuti in un venditore ambulante di tè. «Chai garam, chai garam, chai garam» cantilenava il ragazzino annoiato. E davanti a quel tè fumante, sporco di latte, e versato con disinvoltura in una tazza di plastica, i nostri occhi si erano fermati. E, per la prima volta, ci eravamo guardati.
Ci eravamo piaciuti? Era successo proprio in quel momento? Forse ci eravamo sentiti attratti, ma non si trattava di una banale attrazione dei corpi, bensì dell’arcana legge del karma. L’inevitabile destino degli esseri mortali, nascosto nelle tasche del cielo. Le stelle delle nostre nascite si erano congiunte sulla porta spalancata di un treno indiano diretto a sud, sotto le mani svogliate di un venditore ambulante di tè, in un’anonima stazione di campagna.
Da quel momento, le nostre vite avevano preso una direzione liquida, come i mille fiumi del Kerala. Una direzione verde. Già, verde. Perché la nostra vita insieme era fiorita in un villaggio minuscolo di nome Peramangalan, padroneggiato dal verde sfolgorante delle palme.
Il verde era ovunque, in tutte le sue sfumature. Terra verde, acqua verde, persino il cielo diventava verde con le piogge. Verde indiano, un colore che cancellava tutto il resto.
Negli occhi racchiudevo bellezze indescrivibili, e al crepuscolo la mia pelle si accendeva di arancio e pervinca. I giorni erano camaleonti dalla lingua fluorescente, ma al calar della sera la luce si assopiva. A quel punto, le donne del villaggio aprivano l’uscio di casa e invitavano la notte ad entrare. Adagiavano una lampada ad olio sulla soglia e l’accendevano per auspicare sonno profondo e serenità all’intero villaggio.
Io e Hans, in fondo, eravamo solo due corpi, due corpi che s’incastravano a meraviglia in quel paesaggio dimenticato dall’occidente. L’occidente era lontano come un brutto sogno. L’occidente, il nostro marchio di fabbrica, non conosceva più la minuziosa arte dell’attesa.
A volte, ci prendevamo per mano e ci stendevamo sotto il cielo di cardamomo. Ci lasciavamo cullare dall’acqua dei canali attorno a noi, senza mai chiederci dove potessimo finire. In quei momenti dilatati, dove spazio e tempo si annullavano, noi due non ci struggevamo più per niente. Non desideravamo altro.
Una sera seguimmo il nostro maestro di kathakali fino al tempio di Guruvayur, consacrato al dio Krishna: un microcosmo pullulante di elefanti, pellegrini e danzatori. Fu la nostra prima rappresentazione notturna al tempio, e la danza ci accompagnò dal tramonto all’alba. Maschere grottesche, movimenti impercettibili, visi dipinti di verde acido. Sul palcoscenico si muovevano solo gli occhi; eppure, quegli occhi truccati di bianco, rosso e nero parlavano più di mille bocche.
«La perfezione della danza è in un battito di ciglia» mi sussurrò Hans durante quello spettacolo indimenticabile nella sua sacralità. E io pensai, si muovono solo gli occhi perché i corpi sono impressi sul palcoscenico, sul presente. Poi ci abbandonammo alla stanchezza e ci sdraiammo sul pavimento spoglio del tempio, in mezzo a polvere e pidocchi. Per tornare a casa non trovammo né autobus, né risciò. Allora, ci sfilammo i sandali di gomma e attraversammo le risaie a piedi nudi. La luna non si degnò di uscire e restò nascosta dietro le nuvole di cotone. Le rane segnavano il nostro cammino, gracchiando infastidite. Forse le bisce d’acqua erano in agguato, ma il tintinnio delle cavigliere d’argento allontanava sempre incubi e pericoli. E quando finalmente arrivammo a Peramangalam, la luna fece un’apparizione fugace per augurarci la buonanotte. Ci coricammo con la pace nel cuore. Quando chiudemmo gli occhi, sognammo un elefante che danzava sott’acqua, con una grazia indescrivibile.

Una mattina, sempre stropicciata dal monsone, trovai una noce di cocco nel letto, al posto di Hans, e un biglietto. «Conserva la noce di cocco sul mio cuscino. L’apriremo insieme al mio ritorno. Parto per il Kashmir. A cercare la grotta di Amarnāth. Aspettami, e danza nell’attesa».
La noce di cocco era stata offerta agli dèi durante la puja al tempio, e Hans l’aveva portata a casa, come dono per me. Mi affascinava la ritualità dell’induismo – a volte percepivo l’intera natura come un tempio immenso – e mi piaceva Hans, che si muoveva agile come un pesce in mezzo alle tuniche zafferano dei bramini, alle ghirlande di gelsomino e ai fedeli che salmodiavano i mantra. «Il loto è l’organo riproduttivo dell’acqua cosmica, e l’acqua è donna», mi aveva spiegato Hans, chiudendomi gli occhi con un bacio. La sua lingua era sinuosa come un serpente, e l’avevo preso per un buon segno. E anche la noce di cocco adagiata fra i cuscini doveva essere un buon segno. Non dovevo fare altro che aspettare il ritorno di Hans, in compagnia della pioggia e degli sbruffi del cielo.
I giorni si consumarono lenti come bastoncini d’incenso. Poi una notte, poco prima di addormentarmi, m’imbattei in una visione. Hans scendeva dal treno e scrutava le montagne viola del Kashmir, spaesato. Il cielo si accendeva di lampi, e compariva un cane randagio dagli occhi gialli. Il cane si voltava verso di me e iniziava a parlare, rivelandomi di essere Shabala: il cane di Yama, il signore della morte. Quel cane era il fido messaggero del signore della morte: prelevava le anime destinate a morire e le accompagnava dal suo padrone. A quel punto provavo a urlare per avvisare Hans, ma dalla gola non mi usciva la voce. Mi ritrovavo di colpo intrappolata in un intricato yantra, un quadrato magico. Hans era sparito. Ai quattro angoli di quel disegno psichedelico c’era la dea Kali che danzava con ferocia e urlava, «Ve l’avevo detto, ma non mi avete ascoltato. Voi amanti siete sempre così impavidi e incoscienti!». E poi si era messa a ridere, una risata crudele come una valanga. «Come recitavano i versi di quella poesia, eh? Cosa dicevano?», continuò Kali infuriata. Si avvicinò alla noce di cocco posata sul mio cuscino, e la spaccò in due.
A quel punto, scacciai quella visione terrificante e mi alzai dal letto. La noce di cocco riposava, ignara e indifesa, sul cuscino di Hans. Mi tinsi la fronte di vermiglio, come le donne indù, e cominciai a recitare mantra e preghiere per tutta la notte. Quando infine giunse il trambusto dell’alba, spaccai la noce di cocco con un coltello da cucina. Affondai la lama nel guscio coriaceo, socchiudendo gli occhi. Pensai a Hans. Silenzio, e ancora silenzio. Il rumore dell’alba svanì di colpo, assieme al cinguettio della natura.
Quando riaprii gli occhi, trovai la noce di cocco sul davanzale della finestra. In frantumi: dal suo cuore candido non sgorgava il latte bianco e cremoso, bensì un fiume purpureo di sangue.

Hans Christian Ostro (1968-1995): giovane viaggiatore norvegese, danzatore e attore di teatro. Preso in ostaggio durante un viaggio in Kashmir dai militanti di al-Faran, venne brutalmente decapitato nell’agosto del 1995. Prima di partire per il Kashmir, aveva studiato kathakali in un villaggio del Kerala, dove viveva.